Fonte All'Italia unita seguì l'unificazione del capitale liquido e del debito pubblico.
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Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle provincie del regno napoletano, con quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.
Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza d'Italia, pubblicava il seguente quadro:
Sicilia e provincie del napoletano monete in milioni 443,2
Lombardia monete in milioni 8,1
Ducato di Modena monete in milioni 0,4
Parma e Piacenza monete in milioni 1,2
Roma monete in milioni 35,3
Romagne, Marche, Umbria monete in milioni 55,3
Piemonte, Liguria, Sardegna monete in milioni 27,0
Toscana monete in milioni 85,2
Veneto monete in milioni 12,7
La SICILIA E LE PROVINCIE DEL NAPOLETANO avevano il doppio della ricchezza di tutti gli altri stati della Penisola messi insieme.
Poichè le monete ritirate, in gran parte d'oro e d'argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare le metrie prime e quant'altro occorresse a sviluppare l'industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.
Grati per il "vantaggioso cambio" i siciliani cantavano, in quel periodo,
"L'oru e l'argentu squagghiaru ppi l'aria, di carta la visteru la Sicilia".
Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d'Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27% della ricchezza nazionale, pagava il 32% delle imposte.
Lo stesso Nitti, nel suo libro "Nord e Sud", calcolava che lo Stato, nel '900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 line annue per ogni abitante della Sicilia.
Egli non poteva, ahimè, immaginare che, a distanza di 150 anni, nulla o quasi sarebbe cambiato della sua proporzione.
Nel 1861 la Sicilia, a fronte di una bilancia commerciale attiva quattro volte superiore a quella del Piemonte, concorreva al debito pubblico unificato con appena 6.800.000 lire, su un totale di 111.000.000 e contro i 62.000.000 del regno Sabaudo.
A tal proposito, nella Relazione presentata dal Consiglio Straordinario di Stato, convocato in Sicilia in sostituzione della mai creata Assemblea Costituente, il 19 ottobre 1860, e che aveva visto la partecipazione dei più eminenti uomini siciliani del tempo (Ugdulenda, F.Amari. F.Ferrata etc.), era stata richiesta, a fronte del ridottissimo debito pubblico isolano, una rendita adeguata in favore dell'Isola per la creazione di un sistema esteso di lavori pubblici.
Era stato richiesto, nel caso in cui fosse stata decisa l'alienazione e la liquidazione dei beni ecclesiastici, che " il ricavato di dette vendite fosse destinato a speciale beneficenza della Sicilia" . Ed era stata infine auspicata la creazione di speciali zone franche che, con l'imminente apertura del canale di Suez, avrebbero potuto trasformare l'Isola in un importante emporio di commercio con i paesi orientali.
La Relazione, considerata da tutti un documento di enorme valore sul piano economico e sociale, subiiva però la totale indifferenza del governo di Torino.
Continua...
(Tratto da "LA STORIA REQUISITA" di Giovanni e Emanuele Corrao)
All’invasore piemontese non è bastato rubare l’immenso tesoro del Regno delle Due Sicilie ma ha imposto le sue leggi ke hanno annientato l’economia del sud. La risposta fu il brigantaggio, stroncato con l’invio di 120mila soldati e vi fu un massacro; da quella spaventosa repressione nacque la mafia e l’emigrazione in massa dei cittadini. L’usurpatore si appresta pure a festeggiare il 150° anniversario dell’unità ke al nord ha portato enormi benifici e al sud, invece, solo dolore. Ribelliamoci
giovedì 16 dicembre 2010
domenica 5 dicembre 2010
Finlandia: tempi lunghi per il nucleare di terza generazione
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/03/finlandia-tempi-lunghi-per-il-nucleare-di-terza-generazione/80120/
       http://www.ilfattoquotidiano.it/
A Olkiluoto da cinque anni si costruisce un nuovo reattore nucleare, realizzato con la stessa tecnologia che l'Italia ha scelto per il ritorno all'atomo. I costi sono raddoppiati, tra intralci burocratici e problemi di sicurezza
I primi kilowatt avrebbero dovuto essere prodotti più di un anno fa. Bisognerà invece aspettare almeno l’estate del 2013 per utilizzare l’energia fornita dal primo reattore nucleare di terza generazione Epr (European Pressurized Reactor), in costruzione ormai da oltre cinque anni a Olkiluoto, Finlandia. Ad annunciare l’ennesimo rinvio nel cantiere gestito dal consorzio franco-tedesco Areva-Siemens, è stato lo stesso committente dell’impianto, il gruppo elettrico finlandese TVO, confermando che “la maggior parte dei lavori di costruzione sarà conclusa entro il 2012, il reattore entrerà in servizio entro aprile 2013, per raggiungere la piena operatività solo nella seconda metà dello stesso anno”.
Quattro anni di ritardo per un cantiere infinito, che, da simbolo del rilancio dell’industria nucleare nel mondo si è trasformato negli anni, fra imprevisti tecnici, aumenti di budget e polemiche, in un incubo per chi ha investito nel progetto. Dalla cattiva qualità del calcestruzzo utilizzato nelle fondamenta della centrale, che nel 2006 costò un anno di ritardo al cantiere, fino al richiamo da parte dell’autorità di sicurezza per i difetti di concezione degli apparati di controllo e sicurezza, mese dopo mese, Olkiluoto3 ha anche ingigantito i suoi costi, lievitati di quasi il 50%, con un importo totale per la costruzione stimato oggi a 5,9 miliardi di euro, contro i 3,2 inizialmente calcolati. Talmente un “affare” che nel 2009 Siemens annunciò addirittura di voler abbandonare il progetto. Sull’opera è ormai scontro aperto, con una procedura di arbitrato davanti alla Camera internazionale di commercio di Parigi e richieste miliardarie di risarcimento danni, fra il colosso del nucleare francese Areva che ha progettato l’impianto, e il committente finlandese TVO. “Per quanto ci riguarda, non ci sono ritardi rispetto all’ultima previsione di 86 mesi per la costruzione” ha dichiarato venerdì sera la portavoce del gruppo Areva, che attribuisce all’iter burocratico finlandese la responsabilità della lentezza del cantiere.
Ma non è solo in Finlandia che la costruzione del nuovo reattore incontra problemi. A Flamanville, cittadina della Normandia dove nascerà il primo Epr francese lo spettro di Olkiluoto minaccia il cantiere gestito da Edf: iniziata nel 2007, la costruzione del reattore conta oggi già due anni di ritardo, con una fattura che ha già raggiunto quota 5 miliardi contro i 3,3 inizialmente previsti. E anche in questa centrale, a cui Enel partecipa con il 12.5%, non sono mancati intoppi, dal circuito di raffreddamento alle fondamenta del reattore, passando per le componenti del pressurizzatore o le polemiche sulla sicurezza in caso di incidenti.
Se, con una potenza di 1.650 MW, un consumo di combustibile ridotto del 17% e un calo del 30% rispetto ai vecchi reattori delle emissioni chimiche e radioattive per kwh prodotto, la presunta eccellenza tecnologica dell’Epr è bastata a convincere il governo italiano a puntare su questo tipo di centrali per aprire la strada al ritorno dell’atomo in Italia, le cattive notizie in arrivo dalla Finlandia non sembrano destare alcuna preoccupazione fra i responsabili del settore. “Il nostro progetto – dichiara Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel – è totalmente diverso. Non ha quel tipo di struttura organizzativa. Inoltre assume le esperienze fatte, anche negative, per strutturarle in modo tale da evitare errori e per avere un filone di attività chiare e di responsabilità ben assegnate”.
Intanto è arrivata l’ultima scossa che fa traballare le ambizioni nucleari del governo, con la seconda e definitiva bocciatura, da parte delle Commissioni Attività produttive e Ambiente della Camera, alla nomina di Michele Corradino, capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente, a commissario dell’Agenzia nucleare. – “La mancata nomina del quinto membro non inficia il lavoro dell’Agenzia per la sicurezza nucleare né il programma di rilancio dell’atomo del Governo” ha commentato Stefano Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico.
       http://www.ilfattoquotidiano.it/
A Olkiluoto da cinque anni si costruisce un nuovo reattore nucleare, realizzato con la stessa tecnologia che l'Italia ha scelto per il ritorno all'atomo. I costi sono raddoppiati, tra intralci burocratici e problemi di sicurezza
I primi kilowatt avrebbero dovuto essere prodotti più di un anno fa. Bisognerà invece aspettare almeno l’estate del 2013 per utilizzare l’energia fornita dal primo reattore nucleare di terza generazione Epr (European Pressurized Reactor), in costruzione ormai da oltre cinque anni a Olkiluoto, Finlandia. Ad annunciare l’ennesimo rinvio nel cantiere gestito dal consorzio franco-tedesco Areva-Siemens, è stato lo stesso committente dell’impianto, il gruppo elettrico finlandese TVO, confermando che “la maggior parte dei lavori di costruzione sarà conclusa entro il 2012, il reattore entrerà in servizio entro aprile 2013, per raggiungere la piena operatività solo nella seconda metà dello stesso anno”.
Quattro anni di ritardo per un cantiere infinito, che, da simbolo del rilancio dell’industria nucleare nel mondo si è trasformato negli anni, fra imprevisti tecnici, aumenti di budget e polemiche, in un incubo per chi ha investito nel progetto. Dalla cattiva qualità del calcestruzzo utilizzato nelle fondamenta della centrale, che nel 2006 costò un anno di ritardo al cantiere, fino al richiamo da parte dell’autorità di sicurezza per i difetti di concezione degli apparati di controllo e sicurezza, mese dopo mese, Olkiluoto3 ha anche ingigantito i suoi costi, lievitati di quasi il 50%, con un importo totale per la costruzione stimato oggi a 5,9 miliardi di euro, contro i 3,2 inizialmente calcolati. Talmente un “affare” che nel 2009 Siemens annunciò addirittura di voler abbandonare il progetto. Sull’opera è ormai scontro aperto, con una procedura di arbitrato davanti alla Camera internazionale di commercio di Parigi e richieste miliardarie di risarcimento danni, fra il colosso del nucleare francese Areva che ha progettato l’impianto, e il committente finlandese TVO. “Per quanto ci riguarda, non ci sono ritardi rispetto all’ultima previsione di 86 mesi per la costruzione” ha dichiarato venerdì sera la portavoce del gruppo Areva, che attribuisce all’iter burocratico finlandese la responsabilità della lentezza del cantiere.
Ma non è solo in Finlandia che la costruzione del nuovo reattore incontra problemi. A Flamanville, cittadina della Normandia dove nascerà il primo Epr francese lo spettro di Olkiluoto minaccia il cantiere gestito da Edf: iniziata nel 2007, la costruzione del reattore conta oggi già due anni di ritardo, con una fattura che ha già raggiunto quota 5 miliardi contro i 3,3 inizialmente previsti. E anche in questa centrale, a cui Enel partecipa con il 12.5%, non sono mancati intoppi, dal circuito di raffreddamento alle fondamenta del reattore, passando per le componenti del pressurizzatore o le polemiche sulla sicurezza in caso di incidenti.
Se, con una potenza di 1.650 MW, un consumo di combustibile ridotto del 17% e un calo del 30% rispetto ai vecchi reattori delle emissioni chimiche e radioattive per kwh prodotto, la presunta eccellenza tecnologica dell’Epr è bastata a convincere il governo italiano a puntare su questo tipo di centrali per aprire la strada al ritorno dell’atomo in Italia, le cattive notizie in arrivo dalla Finlandia non sembrano destare alcuna preoccupazione fra i responsabili del settore. “Il nostro progetto – dichiara Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel – è totalmente diverso. Non ha quel tipo di struttura organizzativa. Inoltre assume le esperienze fatte, anche negative, per strutturarle in modo tale da evitare errori e per avere un filone di attività chiare e di responsabilità ben assegnate”.
Intanto è arrivata l’ultima scossa che fa traballare le ambizioni nucleari del governo, con la seconda e definitiva bocciatura, da parte delle Commissioni Attività produttive e Ambiente della Camera, alla nomina di Michele Corradino, capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente, a commissario dell’Agenzia nucleare. – “La mancata nomina del quinto membro non inficia il lavoro dell’Agenzia per la sicurezza nucleare né il programma di rilancio dell’atomo del Governo” ha commentato Stefano Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico.
martedì 30 novembre 2010
Dopo 150 anni di menzogne la Banca d’Italia conferma: l’Unità d’Italia ha creato il sottosviluppo del Mezzogiorno.
Fonte: http://www.ondadelsud.it/?p=1879
            http://www.ondadelsud.it
di Michele Loglisci e Francesco Schiraldi *
Il processo di verità storica che da tempo sta squarciando il muro di oblìo eretto a difesa di una mistificata interpretazione delle vicende unitarie e post unitarie della nostra nazione, ha trovato nuovo e solidissimo impulso per merito di una pubblicazione scientifica edita da un’istituzione dall’indiscussa affidabilità quale la Banca d’Italia. Se fino ad oggi si è potuto confutare, su basi storiografiche peraltro tutte da verificare, quanto asserito da chi, carte alla mano, mira a dimostrare come il presunto processo unitario si sia risolto nei fatti in una feroce e avvilente colonizzazione del Mezzogiorno, oggi scende in campo la Banca d’Italia, con il suo indiscusso prestigio, a sancire, sulla base di incontestabili analisi e dati statistici, la verità di fatti troppo a lungo vergognosamente manipolati.
Ebbene, a contraddire definitivamente un’ideologia mistificatrice della realtà di episodi che hanno costretto il Mezzogiorno ad una immeritata situazione d’inferiorità, irrompono con l’autorevolezza che gli deriva dalla reputazione di studiosi il Prof. Stefano Fenoaltea, docente di Economia Applicata all’Università di Tor Vergata (Roma), insieme al collega Carlo Ciccarelli, Dottore di Ricerca in Teoria economica ed Istituzioni nella stessa Università.
Nel loro accuratissimo saggio, il cui alto valore scientifico ha meritato per i due economisti l’onore della pubblicazione da parte della Banca d’Italia, gli studiosi dell’Università di Tor Vergata hanno non solo reso manifesto, potremmo dire, ma bensì confermato come all’origine dell’attuale sottosviluppo del Sud ci sia una bugiarda unificazione nazionale. Sin dalle prime pagine del loro lavoro di ricerca, apparso peraltro solo in lingua inglese nei “Quaderni di Storia Economica di Bankitalia”, n. 4, luglio 2010 (domanda: perché non in italiano e con adeguato resoconto pubblico?), Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli affermano così esplicitamente: “L’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale non è un’eredità dell’Italia pre-unitaria» (Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of industrial Growth in Post-Unification Italy, pag.22).
A scrupoloso fondamento del loro studio, corredato da minuziose tabelle statistiche, gli economisti di Tor Vergata prendono in esame i censimenti ufficiali del neonato Stato italiano, precisamente negli anni 1871, 1881, 1901 e 1911. La disponibilità di una notevole massa di dati nazionali e regionali ha offerto l’opportunità a Fenoaltea e Ciccarelli di comprendere a fondo, come sostanzia loro ricerca, lo sviluppo dell’Italia nei primi decenni dopo l’unificazione. Orbene, il meticoloso lavoro eseguito aggiunge, ai dati già disponibili, un’analisi dei dati disaggregati relativi alla produzione industriale in 69 province tra il 1871 e il 1911, determinando gli studiosi a svelare che: «Il loro esame disaggregato rafforza le principali ipotesi revisioniste suggerite dai dati regionali». Più eloquente di così…e, si sottolinea ancora, qui sono i numeri che parlano esplicitamente!
La tabelle pubblicate da Fenoaltea e Ciccarelli mostrano che nel 1871 il tasso di industrializzazione del Piemonte era del l’1.13%, quello della Lombardia 1.37%, quello della Liguria 1.48%. Da evidenziare come, a questo punto, fossero già trascorsi dieci anni di smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie, con il ridimensionamento di importanti stabilimenti come le officine metallurgiche di Pietrarsa, a Portici (Napoli) (oltre 1000 addetti prima dell’unificazione ridotti a 100 nel 1875), nonché quelle di Mongiana in Calabria (950 addetti nel 1850 ridotti a poche decine di guardiani nel 1873): ebbene, nonostante l’opera devastatrice dei presunti liberatori scesi dal Settentrione, l’indice di industrializzazione della Campania era ancora dello 1.01%, con Napoli, nel dato provinciale, all’1.44% e quindi più di Torino che era solo all’1.41%.
L’indice di industrializzazione della Sicilia era allo 0.98%, quindi agli stessi livelli del Veneto che era al 0.99%, la Puglia era allo 0.78% con la provincia di Foggia allo 0.82%: molto più di province lombarde come Sondrio, allo 0.56%, e vicinissima ai livelli di industrializzazione dell’Emilia, lo 0.85%. La Calabria era allo 0.69%, con la provincia di Catanzaro allo 0.78% e perciò allo stesso livello di Reggio Emilia e più di Piacenza, che era allo 0.76%, ma anche di Ferrara allo 0.74%.
Il tasso di industrializzazione della Basilicata era allo 0.67%, un indice che per quanto a prima vista basso era comunque più alto di aree liguri come Porto Maurizio che era allo 0.61%. L’Abruzzo era invece allo 0.58%, con L’Aquila a 0.63%.
Detto questo, appare drammatico come, quarant’anni dopo, nel 1911, l’indice di industrializzazione del Piemonte fosse salito all’1.30% mentre quello della Campania era sceso a 0.93%, con Napoli all’1.32%. La Lombardia era arrivata all’1.67%, la Liguria all’1.62%, mentre la Sicilia era crollata allo 0.65%, la Puglia allo 0.62%, la Calabria allo 0.58%, la Basilicata allo 0.51%.
Questo resoconto piuttosto tragico ma fondato su incontrovertibili riscontri scientifici, perché i numeri si possono occultare ma se resi noti non possono certamente ingannare, rende chiaro come la Banca d’Italia, pubblicando il qualificato studio di Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli, abbia certificato ufficialmente con la sua autorevolezza come l’arretratezza industriale del Sud non sia un’eredità dell’Italia pre-unitaria ma bensì un sottosviluppo voluto da una unificazione nazionale strumentalizzata in modo scellerato ai danni del Mezzogiorno.
*Consiglieri Nazionali Partito “per il Sud”
            http://www.ondadelsud.it
di Michele Loglisci e Francesco Schiraldi *
Il processo di verità storica che da tempo sta squarciando il muro di oblìo eretto a difesa di una mistificata interpretazione delle vicende unitarie e post unitarie della nostra nazione, ha trovato nuovo e solidissimo impulso per merito di una pubblicazione scientifica edita da un’istituzione dall’indiscussa affidabilità quale la Banca d’Italia. Se fino ad oggi si è potuto confutare, su basi storiografiche peraltro tutte da verificare, quanto asserito da chi, carte alla mano, mira a dimostrare come il presunto processo unitario si sia risolto nei fatti in una feroce e avvilente colonizzazione del Mezzogiorno, oggi scende in campo la Banca d’Italia, con il suo indiscusso prestigio, a sancire, sulla base di incontestabili analisi e dati statistici, la verità di fatti troppo a lungo vergognosamente manipolati.
Ebbene, a contraddire definitivamente un’ideologia mistificatrice della realtà di episodi che hanno costretto il Mezzogiorno ad una immeritata situazione d’inferiorità, irrompono con l’autorevolezza che gli deriva dalla reputazione di studiosi il Prof. Stefano Fenoaltea, docente di Economia Applicata all’Università di Tor Vergata (Roma), insieme al collega Carlo Ciccarelli, Dottore di Ricerca in Teoria economica ed Istituzioni nella stessa Università.
Nel loro accuratissimo saggio, il cui alto valore scientifico ha meritato per i due economisti l’onore della pubblicazione da parte della Banca d’Italia, gli studiosi dell’Università di Tor Vergata hanno non solo reso manifesto, potremmo dire, ma bensì confermato come all’origine dell’attuale sottosviluppo del Sud ci sia una bugiarda unificazione nazionale. Sin dalle prime pagine del loro lavoro di ricerca, apparso peraltro solo in lingua inglese nei “Quaderni di Storia Economica di Bankitalia”, n. 4, luglio 2010 (domanda: perché non in italiano e con adeguato resoconto pubblico?), Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli affermano così esplicitamente: “L’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale non è un’eredità dell’Italia pre-unitaria» (Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of industrial Growth in Post-Unification Italy, pag.22).
A scrupoloso fondamento del loro studio, corredato da minuziose tabelle statistiche, gli economisti di Tor Vergata prendono in esame i censimenti ufficiali del neonato Stato italiano, precisamente negli anni 1871, 1881, 1901 e 1911. La disponibilità di una notevole massa di dati nazionali e regionali ha offerto l’opportunità a Fenoaltea e Ciccarelli di comprendere a fondo, come sostanzia loro ricerca, lo sviluppo dell’Italia nei primi decenni dopo l’unificazione. Orbene, il meticoloso lavoro eseguito aggiunge, ai dati già disponibili, un’analisi dei dati disaggregati relativi alla produzione industriale in 69 province tra il 1871 e il 1911, determinando gli studiosi a svelare che: «Il loro esame disaggregato rafforza le principali ipotesi revisioniste suggerite dai dati regionali». Più eloquente di così…e, si sottolinea ancora, qui sono i numeri che parlano esplicitamente!
La tabelle pubblicate da Fenoaltea e Ciccarelli mostrano che nel 1871 il tasso di industrializzazione del Piemonte era del l’1.13%, quello della Lombardia 1.37%, quello della Liguria 1.48%. Da evidenziare come, a questo punto, fossero già trascorsi dieci anni di smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie, con il ridimensionamento di importanti stabilimenti come le officine metallurgiche di Pietrarsa, a Portici (Napoli) (oltre 1000 addetti prima dell’unificazione ridotti a 100 nel 1875), nonché quelle di Mongiana in Calabria (950 addetti nel 1850 ridotti a poche decine di guardiani nel 1873): ebbene, nonostante l’opera devastatrice dei presunti liberatori scesi dal Settentrione, l’indice di industrializzazione della Campania era ancora dello 1.01%, con Napoli, nel dato provinciale, all’1.44% e quindi più di Torino che era solo all’1.41%.
L’indice di industrializzazione della Sicilia era allo 0.98%, quindi agli stessi livelli del Veneto che era al 0.99%, la Puglia era allo 0.78% con la provincia di Foggia allo 0.82%: molto più di province lombarde come Sondrio, allo 0.56%, e vicinissima ai livelli di industrializzazione dell’Emilia, lo 0.85%. La Calabria era allo 0.69%, con la provincia di Catanzaro allo 0.78% e perciò allo stesso livello di Reggio Emilia e più di Piacenza, che era allo 0.76%, ma anche di Ferrara allo 0.74%.
Il tasso di industrializzazione della Basilicata era allo 0.67%, un indice che per quanto a prima vista basso era comunque più alto di aree liguri come Porto Maurizio che era allo 0.61%. L’Abruzzo era invece allo 0.58%, con L’Aquila a 0.63%.
Detto questo, appare drammatico come, quarant’anni dopo, nel 1911, l’indice di industrializzazione del Piemonte fosse salito all’1.30% mentre quello della Campania era sceso a 0.93%, con Napoli all’1.32%. La Lombardia era arrivata all’1.67%, la Liguria all’1.62%, mentre la Sicilia era crollata allo 0.65%, la Puglia allo 0.62%, la Calabria allo 0.58%, la Basilicata allo 0.51%.
Questo resoconto piuttosto tragico ma fondato su incontrovertibili riscontri scientifici, perché i numeri si possono occultare ma se resi noti non possono certamente ingannare, rende chiaro come la Banca d’Italia, pubblicando il qualificato studio di Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli, abbia certificato ufficialmente con la sua autorevolezza come l’arretratezza industriale del Sud non sia un’eredità dell’Italia pre-unitaria ma bensì un sottosviluppo voluto da una unificazione nazionale strumentalizzata in modo scellerato ai danni del Mezzogiorno.
*Consiglieri Nazionali Partito “per il Sud”
sabato 6 novembre 2010
Il “neosud” più temuto della Lega Nord
Fonte: http://napule.org/
http://napule.org/il-neosud-piu-temuto-della-lega-nord/2010/
Pubblico questo articolo molto interessante che gli amministratori di facebook e la dittatura nostrana cercano invano di cancellare per impedire l'emancipazione dell'Ex Regno delle Due Sicilie.
Il “neosud” sta iniziando a esser delegittimato e screditato sempre di più, con un impegno tale che non ho mai visto profuso per fare lo stesso nei confronti della Lega Nord (che è difatti al governo). Eppure la delegittimazione del nuovo sud è oggi fatta in funzione del fenomeno leghista. Ma qual è la differenza tra i due fenomeni? Perché è inappropriato assimilarli? E soprattutto, cosa s’intende per neosud, termine che ho volutamente rubato a “La Repubblica”.
Quello che secondo La Repubblica è un’invenzione, è invece qualcosa di ben definito, preciso, reale, in quanto reali sono i fatti dai quali prende forma. Il neosud è semplicemente quel Sud d’Italia che sta prendendo sempre di più coscienza di un fatto puro e semplice: la storia insegnata a scuola riguardo l’unità dell’Italia è falsa, una favoletta romanzata fino ai limiti del ridicolo e dell’assurdo, che nasconde tutti i fatti storici. A seguito di questa scoperta, il neosud non solo viene a conoscenza di una parte non indifferente di storia che gli era stata negata per 150 anni e della quale, giustamente, nel bene e nel male, è fiero. Esso, causa l’interesse enorme che tale coscienza suscita nei riguardi della propria situazione attuale, viene a conoscere qualcosa, se è possibile, di molto peggio: tutto quanto è stato fatto negli ultimi 150 anni affinché il meridione restasse povero, pieno di problemi, etc.
Il nuovo sud è, sostanzialmente, un sud non più disposto a tollerare bonariamente e silenziosamente l’anteposizione di un settentrione civile e laborioso a un meridione fannullone 1 e incivile, unica causa del suo stesso male. E questo cambiamento di rotta ha un perché molto semplice: le cause dello stato attuale del meridione sono tantissime e in maggioranza esterne, non interne ad esso. E sempre più persone lo stanno appurando.
La delegittimazione del nuovo sud avviene, ovviamente, con gli stessi mezzi usati sin dall’alba dei tempi per nascondere cosa l’Italia intendesse fare del meridione: usando i mezzi d’informazione per diffamare e screditare, così come avvenne nel lontano 1863, e così come avviene ancora oggi.2 E utilizzando, attraverso di essi, quell’erudizione all’acqua di rose 3 tanto cara ai pomposi acculturati da prima pagina.
Per esempio, si etichetta il tutto come bugie, alla maniera di Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera. È da notare come, onde evitare reazioni troppo violente, tentino di mettere la presa di coscienza meridionale sullo stesso piano delle goliardie della Lega Nord.
Ancora, una tecnica leggermente diversa è quella di Dino Messina, che definirei “mista”. La prima componente è molto comune, ed è quella di “mettere bugie in bocca” al nemico. Messina infatti intitola il suo articolo «Perché il Regno delle Due Sicilie non era un Eden». Come giustamente gli fanno notare in molti tra i commenti, tra cui il prof. Gennaro De Crescenzo (che nemmeno viene riconosciuto da Messina), 4
nessuno ha mai sostenuto quella che sarebbe un’assurdità detta a riguardo di qualsiasi stato della Terra, passato e presente. Il nuovo sud afferma semplicemente la verità: il Regno delle Due Sicilie non era l’inferno causa di tutti gli irrisolvibili problemi che ancora oggi il meridione, secondo la versione ufficiale, si porta dietro. Nemmeno un paradiso, ma uno stato indipendente e legittimo di tutto rispetto. Ad ogni modo, Dino Messina fa leva anche sul suo essere di origini lucane, quindi meridionale. Come a dire: «andiamo, ve lo dice uno del Sud». Uno del sud la cui biografia lo descrive come «milanese d’adozione». Lo sappiamo benissimo come sono i meridionali «milanesi d’adozione»: peggio dei leghisti, il più delle volte. Terza e ultima componente è l’inconcludenza: l’articolo è breve, banale, superficiale e atto solo a creare una diatriba tra i commentatori, con l’intento di comunicare all’ingenuo lettore che Dino Messina ha ragione a non dare credito a “certa gente”.
Terzo, e per il momento ultimo, esempio è quello dell’articolo de “La Repubblica”. Qui la tecnica raggiunge la sublimità del metodo all’italiana: retorica a tutto spiano, cui la nostra lingua si presta particolarmente; metafore, riferimenti, citazioni miste di personaggi storici e televisivi, ben intrecciati tra di loro; qualche chiacchiera inconcludente anche qui e poi, il massimo del minimo: un passaggio ucronico che mette in bocca a Gramsci, personaggio caro a molti meridionalisti, se non tutti, le seguenti parole: «Sono passati 90 anni!». 5 Un tentativo di comunicare al lettore che, se il Gramsci tanto amato dai meridionalisti fosse ancora vivo oggi, sarebbe il primo a screditarli. Pietoso.
Da notare un punto comune a tutte le tecniche: nessuno parla della storia recente, tutti si limitano a cercare di screditare le tesi anti-risorgimentali. Ma ben più grave del modo barbaro col quale l’Italia è fu fatta, è quello meschino col quale è stata tenuta divisa. 6
Ebbene, la verità è che la Lega Nord, a dispetto di quel che vi vogliono far credere, trae vantaggio assoluto dalla situazione meridionale. La Lega Nord, interessata soltanto al benessere e all’ulteriore arricchimento di quella nazione inesistente che loro chiamano Padania, non è altro che l’estremizzazione di ciò che da sempre sono i piani italiani per il meridione. Non a caso il primo governatore di quella che sarebbe poi stata denominata Banca d’Italia affermò: «[i meridionali, ndr] non dovranno mai essere più in grado di intraprendere».
Il meridione è da sempre usato come fonte di risorse (risorse naturali, risorsa lavoro, etc.) da impiegare al nord (per questo al sud non si investe), ghetto per le mafie (strumento dello stato per “controllare” il territorio del sud), e parte integrante del motore dell’economia, tramite stipendi assicurati da inutili posti di lavoro nell’amministrazione (ecco perché al sud gli impiegati negli enti pubblici sono in numero eccessivo). Stipendi “minimi” necessari per mettere i meridionali in condizioni di comprare i prodotti del Nord. Se non avete fatto ancora “due più due”, si tratta di una colonia, che usa le mafie al posto dell’esercito, essendo una colonia non dichiarata. 7
Siccome queste sono cose conosciute ai piani alti, nessuno veramente crede che la Lega Nord voglia fare la secessione nuda e cruda, perché i conti non tornerebbero. Quello che interessa alla Lega è inasprire il regime colonialista con un federalismo completamente sbilanciato a discapito del meridione e a favore della fantomatica «Padania». Attenzione, infatti, a sottovalutare affermazioni che vengono rapidamente tacciate come deliranti. Quando Bossi poco tempo fa disse che «il Sud doveva essere solo una colonia», non delirava, ma lanciava un messaggio chiaro: il sud non è vessato abbastanza. 8
Be’, questo da spiegare è molto semplice. Dato per scontato che l’unità, a livello di popolo, non esiste in Italia (esistono i veneti, i lombardi, i romagnoli, i napoletani, i siciliani, i salentini, etc. – ma pochissimi “italiani”), quello meridionale è l’unico gruppo proveniente da diverse regioni che costituisce un popolo più di tutto il resto d’Italia. Questo per ragioni storiche, essendo stato unito per circa 730 anni di seguito, prima sotto il Regno di Sicilia, poi quelli di Napoli e Sicilia, e poi il regno indipendente delle Due Sicilie, sotto i Borbone.
In quanto tale, fu difficilissimo assoggettare i popoli meridionali all’epoca dell’invasione piemontese, e per farlo fu usata la corruzione ad ogni livello, 9 la violenza, 10 e lo sdoganamento di Mafia e Camorra come forze parastatali. 11
La emergente verità sugli ultimi 150 anni di storia meridionale, unita alle ormai oltremodo insopportabili vessazioni anche verbali dei «padani», rischia seriamente di provocare una rivolta. E se rileggete quanto ho scritto appena sopra, capirete che i popoli meridionali non sono così facilmente “placabili” quando si arrabbiano. Tipico delle persone che, di natura, sono pacifiche.
Quello che purtroppo non si vuol capire (o si fa finta di non volerlo), è che tale rischio aumenta ogni giorno di più se si continua a prendere per i fondelli il sud e ad appoggiare una politica sociale ed economica anti-meridionale. La verità va riconosciuta pubblicamente e le politiche vanno cambiate radicalmente, se veramente si ha interesse a salvare il salvabile e, soprattutto, a evitare inutili tragedie.
* 1 Lo stesso Goethe, al quale spesso la cultura massonica attribuisci orribili commenti riguardo i meridionali, afferma che i meridionali sono tutt’altro che fannulloni. Hanno solo un modo diverso di concepire la vita. E io aggiungerei, un modo che implica un’alta qualità della stessa.
* 2 Abbiate pazienza, ho in cantiere un articolo anche su questo.
* 3 Espressione che viene da Los eruditos a la violeta di José Cadalso, come, qualche anno fa, mi hanno insegnato.
* 4 Riporto il suo commento per intero, perché merita: «Nessuno ha mai scritto o detto (neanche i neoborbonici e meno che mai Pino Aprile) che il Regno delle Due Sicilie “era un Eden”: era solo una nazione con un suo sviluppo sostanzialemente coerente con i territori e con le aspirazioni e le vocazioni dei suoi popoli. Per correttezza storiografica bisognerebbe leggere la storia in maniera diacronica: leggere, cioè, che cosa avvenne nel 1860 in maniera oggettiva confrontandolo con quanto avvenne negli anni successivi per capire che quello sviluppo (con i suoi limiti e i suoi difetti simili, del resto a quelli delle altre nazioni di quegli anni) fu interrotto creando danni e conseguenze ancora vive sulla pelle del nostro Sud se è vero che i Galli Della Loggia sono ancora costretti (dopo 150 anni) a partecipare ad affollati convegni sul tema Nord-Sud… Tra i nominativi dei frequentatori dell’Archivio di Stato di Napoli (fonte inseauribile e ancora inesplorata di vertià storiche), del resto, non ci risulta un “Galli Della Loggia”. Nello specifico, allora: se è vero che le economie degli stati pre-unitari erano “poco integrate”, è vero anche che i Regno delle Due Sicilie era il primo stato in Italia per quantità di merci esportate nella penisola e all’estero (cfr. i dati dell’Archivio di Stato di Napoli, Ministero Finanze ed in particolare i volumi relativi alle “statistiche generali di commercio dei dominii continentali” da 14135 a 14449); queste le percentuali degli occupati nelle industrie all’atto dell’unificazione italiana: Nord-Ovest, 30,05%; Nord-Est, 14,78%; centro, 14,12%; Sud, 41,04% (cfr., in questo caso, i dati del Ministero Agricoltura Industria e Commercio); se è vero che esistevano molte aziende e società straniere, è anche vero che il governo borbonico evidentemente aveva trovato le soluzioni per favorire anche gli investimenti di imprenditori che nella gran parte dei casi si radicavano sul territorio migliorando occupazione e formazione nel Regno; “Non esisteva, in sintesi, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro capite”, come dimostrano inoppugnabilmente alcune recenti ricerche del CNR (V. Daniele e P. Malanima, 2007); è vero anche che il trend positivo della costruzione di strade e ferrovie dal 1850 in poi fu interrotto proprio nel 1860 (e che ancora oggi per arrivare da Napoli a Taranto occorrono 9 ore) e che vantavamo anche la prima flotta mercantile d’Italia (terza in Europa); i famosi e inflazionatissimi dati relativi all’analfabetismo, poi, fanno riferimento o all’inattendibilissimo censimento del 1861 (in piena guerra civile da Gaeta a Trapani) o a quello del 1871 (dopo la forzata chiusura di tutte le strutture scolastiche voluta dal governo sabaudo); in quanto alla “guerra contro il brigantaggio”, infine, Dino Messina si lascia andare ad affermazioni che ci lasciano alquanto perplessi: “fu molto cruenta, ma come tutte le repressioni di guerriglia”, quasi a giustificare le decine di migliaia di vittime che l’invasione lasciò nella nostra terra: altro che “guerriglia”, se lo stesso D’Azeglio dovette riconoscere che si trattò (con oltre 120.000 soldati inviati dalle nostre parti) di un’invasione non voluta e non richiesta alla quale un’intera popolazione si oppose per oltre dieci anni. Anche in questo caso, del resto, si può suggerire la lettura di alcuni documenti: quelli pubblicati (in 3 volumi) a cura dell’Ufficio Centrale per i Beni Archivistici e con la prefazione del compianto risorgimentalista Alfonso Scirocco (di cui sono stato allievo) e che definisce “in gran parte di natura politica” quel fenomeno o ance le carte raccapriccianti (e quasi del tutto sconosciute) dell’archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano in cui, tra l’altro (Busta 60) si afferma, ad esempio, che i soldati dell’esercito piemontese avevano “l’uso di decapitare i briganti fucilati per comodità di trasporto”. E qualcuno vorrebbe anhe “festeggiare” i 150 anni dell’Italia unita: non sarebbe meglio dare ai terremotati i fondi previsti dal Comitato di Galli Della Loggia e degli altri intellettuali ufficiali?».
* 5 Novanta anni da quando Gramsci, nel 1920, disse «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti».
* 6 Suggerisco i capitoli «Dispari opportunità» e «Educazione alla minorità» dal libro «Terroni», di Pino Aprile.
* 7 Sebbene basti notare l’utilizzo improprio di esercito e forze di polizia che viene fatto specialmente a Napoli, città da sempre “violentata” più delle altre per demolire il mito della capitale del Sud e renderla odiata anche al resto del meridione.
* 8 Cioè, siamo ancora vivi? Mah.
* 9 Non ultima, quella operata dallo stesso Cavour.
* 10 Si stima fino a un massimo di un milione di meridionali uccisi e/o deportati in lager come quello di Fenestrelle, dove ancora oggi si legge la terrificante frase: «Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce». Per non parlare delle donne violentate, gli eccidi di interi paesi, e delle teste di patrioti duosiculi tagliate e ancora oggi esposte al pubblico.
* 11 Diverse fonti, quail il libro «Controstoria dell’Unità d’Italia» di Gigi Di Fiore, o semplicemente questo articolo, giusto per iniziare.
http://napule.org/il-neosud-piu-temuto-della-lega-nord/2010/
Pubblico questo articolo molto interessante che gli amministratori di facebook e la dittatura nostrana cercano invano di cancellare per impedire l'emancipazione dell'Ex Regno delle Due Sicilie.
Il “neosud” sta iniziando a esser delegittimato e screditato sempre di più, con un impegno tale che non ho mai visto profuso per fare lo stesso nei confronti della Lega Nord (che è difatti al governo). Eppure la delegittimazione del nuovo sud è oggi fatta in funzione del fenomeno leghista. Ma qual è la differenza tra i due fenomeni? Perché è inappropriato assimilarli? E soprattutto, cosa s’intende per neosud, termine che ho volutamente rubato a “La Repubblica”.
Il Neosud
Quello che secondo La Repubblica è un’invenzione, è invece qualcosa di ben definito, preciso, reale, in quanto reali sono i fatti dai quali prende forma. Il neosud è semplicemente quel Sud d’Italia che sta prendendo sempre di più coscienza di un fatto puro e semplice: la storia insegnata a scuola riguardo l’unità dell’Italia è falsa, una favoletta romanzata fino ai limiti del ridicolo e dell’assurdo, che nasconde tutti i fatti storici. A seguito di questa scoperta, il neosud non solo viene a conoscenza di una parte non indifferente di storia che gli era stata negata per 150 anni e della quale, giustamente, nel bene e nel male, è fiero. Esso, causa l’interesse enorme che tale coscienza suscita nei riguardi della propria situazione attuale, viene a conoscere qualcosa, se è possibile, di molto peggio: tutto quanto è stato fatto negli ultimi 150 anni affinché il meridione restasse povero, pieno di problemi, etc.
Il nuovo sud è, sostanzialmente, un sud non più disposto a tollerare bonariamente e silenziosamente l’anteposizione di un settentrione civile e laborioso a un meridione fannullone 1 e incivile, unica causa del suo stesso male. E questo cambiamento di rotta ha un perché molto semplice: le cause dello stato attuale del meridione sono tantissime e in maggioranza esterne, non interne ad esso. E sempre più persone lo stanno appurando.
Come avviene la delegittimazione
La delegittimazione del nuovo sud avviene, ovviamente, con gli stessi mezzi usati sin dall’alba dei tempi per nascondere cosa l’Italia intendesse fare del meridione: usando i mezzi d’informazione per diffamare e screditare, così come avvenne nel lontano 1863, e così come avviene ancora oggi.2 E utilizzando, attraverso di essi, quell’erudizione all’acqua di rose 3 tanto cara ai pomposi acculturati da prima pagina.
Per esempio, si etichetta il tutto come bugie, alla maniera di Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera. È da notare come, onde evitare reazioni troppo violente, tentino di mettere la presa di coscienza meridionale sullo stesso piano delle goliardie della Lega Nord.
Ancora, una tecnica leggermente diversa è quella di Dino Messina, che definirei “mista”. La prima componente è molto comune, ed è quella di “mettere bugie in bocca” al nemico. Messina infatti intitola il suo articolo «Perché il Regno delle Due Sicilie non era un Eden». Come giustamente gli fanno notare in molti tra i commenti, tra cui il prof. Gennaro De Crescenzo (che nemmeno viene riconosciuto da Messina), 4
nessuno ha mai sostenuto quella che sarebbe un’assurdità detta a riguardo di qualsiasi stato della Terra, passato e presente. Il nuovo sud afferma semplicemente la verità: il Regno delle Due Sicilie non era l’inferno causa di tutti gli irrisolvibili problemi che ancora oggi il meridione, secondo la versione ufficiale, si porta dietro. Nemmeno un paradiso, ma uno stato indipendente e legittimo di tutto rispetto. Ad ogni modo, Dino Messina fa leva anche sul suo essere di origini lucane, quindi meridionale. Come a dire: «andiamo, ve lo dice uno del Sud». Uno del sud la cui biografia lo descrive come «milanese d’adozione». Lo sappiamo benissimo come sono i meridionali «milanesi d’adozione»: peggio dei leghisti, il più delle volte. Terza e ultima componente è l’inconcludenza: l’articolo è breve, banale, superficiale e atto solo a creare una diatriba tra i commentatori, con l’intento di comunicare all’ingenuo lettore che Dino Messina ha ragione a non dare credito a “certa gente”.
Terzo, e per il momento ultimo, esempio è quello dell’articolo de “La Repubblica”. Qui la tecnica raggiunge la sublimità del metodo all’italiana: retorica a tutto spiano, cui la nostra lingua si presta particolarmente; metafore, riferimenti, citazioni miste di personaggi storici e televisivi, ben intrecciati tra di loro; qualche chiacchiera inconcludente anche qui e poi, il massimo del minimo: un passaggio ucronico che mette in bocca a Gramsci, personaggio caro a molti meridionalisti, se non tutti, le seguenti parole: «Sono passati 90 anni!». 5 Un tentativo di comunicare al lettore che, se il Gramsci tanto amato dai meridionalisti fosse ancora vivo oggi, sarebbe il primo a screditarli. Pietoso.
Da notare un punto comune a tutte le tecniche: nessuno parla della storia recente, tutti si limitano a cercare di screditare le tesi anti-risorgimentali. Ma ben più grave del modo barbaro col quale l’Italia è fu fatta, è quello meschino col quale è stata tenuta divisa. 6
Perché la Lega non è un reale pericolo
Ebbene, la verità è che la Lega Nord, a dispetto di quel che vi vogliono far credere, trae vantaggio assoluto dalla situazione meridionale. La Lega Nord, interessata soltanto al benessere e all’ulteriore arricchimento di quella nazione inesistente che loro chiamano Padania, non è altro che l’estremizzazione di ciò che da sempre sono i piani italiani per il meridione. Non a caso il primo governatore di quella che sarebbe poi stata denominata Banca d’Italia affermò: «[i meridionali, ndr] non dovranno mai essere più in grado di intraprendere».
Il meridione è da sempre usato come fonte di risorse (risorse naturali, risorsa lavoro, etc.) da impiegare al nord (per questo al sud non si investe), ghetto per le mafie (strumento dello stato per “controllare” il territorio del sud), e parte integrante del motore dell’economia, tramite stipendi assicurati da inutili posti di lavoro nell’amministrazione (ecco perché al sud gli impiegati negli enti pubblici sono in numero eccessivo). Stipendi “minimi” necessari per mettere i meridionali in condizioni di comprare i prodotti del Nord. Se non avete fatto ancora “due più due”, si tratta di una colonia, che usa le mafie al posto dell’esercito, essendo una colonia non dichiarata. 7
Siccome queste sono cose conosciute ai piani alti, nessuno veramente crede che la Lega Nord voglia fare la secessione nuda e cruda, perché i conti non tornerebbero. Quello che interessa alla Lega è inasprire il regime colonialista con un federalismo completamente sbilanciato a discapito del meridione e a favore della fantomatica «Padania». Attenzione, infatti, a sottovalutare affermazioni che vengono rapidamente tacciate come deliranti. Quando Bossi poco tempo fa disse che «il Sud doveva essere solo una colonia», non delirava, ma lanciava un messaggio chiaro: il sud non è vessato abbastanza. 8
Perché, invece, il nuovo sud è temuto?
Be’, questo da spiegare è molto semplice. Dato per scontato che l’unità, a livello di popolo, non esiste in Italia (esistono i veneti, i lombardi, i romagnoli, i napoletani, i siciliani, i salentini, etc. – ma pochissimi “italiani”), quello meridionale è l’unico gruppo proveniente da diverse regioni che costituisce un popolo più di tutto il resto d’Italia. Questo per ragioni storiche, essendo stato unito per circa 730 anni di seguito, prima sotto il Regno di Sicilia, poi quelli di Napoli e Sicilia, e poi il regno indipendente delle Due Sicilie, sotto i Borbone.
In quanto tale, fu difficilissimo assoggettare i popoli meridionali all’epoca dell’invasione piemontese, e per farlo fu usata la corruzione ad ogni livello, 9 la violenza, 10 e lo sdoganamento di Mafia e Camorra come forze parastatali. 11
La emergente verità sugli ultimi 150 anni di storia meridionale, unita alle ormai oltremodo insopportabili vessazioni anche verbali dei «padani», rischia seriamente di provocare una rivolta. E se rileggete quanto ho scritto appena sopra, capirete che i popoli meridionali non sono così facilmente “placabili” quando si arrabbiano. Tipico delle persone che, di natura, sono pacifiche.
Quello che purtroppo non si vuol capire (o si fa finta di non volerlo), è che tale rischio aumenta ogni giorno di più se si continua a prendere per i fondelli il sud e ad appoggiare una politica sociale ed economica anti-meridionale. La verità va riconosciuta pubblicamente e le politiche vanno cambiate radicalmente, se veramente si ha interesse a salvare il salvabile e, soprattutto, a evitare inutili tragedie.
* 1 Lo stesso Goethe, al quale spesso la cultura massonica attribuisci orribili commenti riguardo i meridionali, afferma che i meridionali sono tutt’altro che fannulloni. Hanno solo un modo diverso di concepire la vita. E io aggiungerei, un modo che implica un’alta qualità della stessa.
* 2 Abbiate pazienza, ho in cantiere un articolo anche su questo.
* 3 Espressione che viene da Los eruditos a la violeta di José Cadalso, come, qualche anno fa, mi hanno insegnato.
* 4 Riporto il suo commento per intero, perché merita: «Nessuno ha mai scritto o detto (neanche i neoborbonici e meno che mai Pino Aprile) che il Regno delle Due Sicilie “era un Eden”: era solo una nazione con un suo sviluppo sostanzialemente coerente con i territori e con le aspirazioni e le vocazioni dei suoi popoli. Per correttezza storiografica bisognerebbe leggere la storia in maniera diacronica: leggere, cioè, che cosa avvenne nel 1860 in maniera oggettiva confrontandolo con quanto avvenne negli anni successivi per capire che quello sviluppo (con i suoi limiti e i suoi difetti simili, del resto a quelli delle altre nazioni di quegli anni) fu interrotto creando danni e conseguenze ancora vive sulla pelle del nostro Sud se è vero che i Galli Della Loggia sono ancora costretti (dopo 150 anni) a partecipare ad affollati convegni sul tema Nord-Sud… Tra i nominativi dei frequentatori dell’Archivio di Stato di Napoli (fonte inseauribile e ancora inesplorata di vertià storiche), del resto, non ci risulta un “Galli Della Loggia”. Nello specifico, allora: se è vero che le economie degli stati pre-unitari erano “poco integrate”, è vero anche che i Regno delle Due Sicilie era il primo stato in Italia per quantità di merci esportate nella penisola e all’estero (cfr. i dati dell’Archivio di Stato di Napoli, Ministero Finanze ed in particolare i volumi relativi alle “statistiche generali di commercio dei dominii continentali” da 14135 a 14449); queste le percentuali degli occupati nelle industrie all’atto dell’unificazione italiana: Nord-Ovest, 30,05%; Nord-Est, 14,78%; centro, 14,12%; Sud, 41,04% (cfr., in questo caso, i dati del Ministero Agricoltura Industria e Commercio); se è vero che esistevano molte aziende e società straniere, è anche vero che il governo borbonico evidentemente aveva trovato le soluzioni per favorire anche gli investimenti di imprenditori che nella gran parte dei casi si radicavano sul territorio migliorando occupazione e formazione nel Regno; “Non esisteva, in sintesi, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro capite”, come dimostrano inoppugnabilmente alcune recenti ricerche del CNR (V. Daniele e P. Malanima, 2007); è vero anche che il trend positivo della costruzione di strade e ferrovie dal 1850 in poi fu interrotto proprio nel 1860 (e che ancora oggi per arrivare da Napoli a Taranto occorrono 9 ore) e che vantavamo anche la prima flotta mercantile d’Italia (terza in Europa); i famosi e inflazionatissimi dati relativi all’analfabetismo, poi, fanno riferimento o all’inattendibilissimo censimento del 1861 (in piena guerra civile da Gaeta a Trapani) o a quello del 1871 (dopo la forzata chiusura di tutte le strutture scolastiche voluta dal governo sabaudo); in quanto alla “guerra contro il brigantaggio”, infine, Dino Messina si lascia andare ad affermazioni che ci lasciano alquanto perplessi: “fu molto cruenta, ma come tutte le repressioni di guerriglia”, quasi a giustificare le decine di migliaia di vittime che l’invasione lasciò nella nostra terra: altro che “guerriglia”, se lo stesso D’Azeglio dovette riconoscere che si trattò (con oltre 120.000 soldati inviati dalle nostre parti) di un’invasione non voluta e non richiesta alla quale un’intera popolazione si oppose per oltre dieci anni. Anche in questo caso, del resto, si può suggerire la lettura di alcuni documenti: quelli pubblicati (in 3 volumi) a cura dell’Ufficio Centrale per i Beni Archivistici e con la prefazione del compianto risorgimentalista Alfonso Scirocco (di cui sono stato allievo) e che definisce “in gran parte di natura politica” quel fenomeno o ance le carte raccapriccianti (e quasi del tutto sconosciute) dell’archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano in cui, tra l’altro (Busta 60) si afferma, ad esempio, che i soldati dell’esercito piemontese avevano “l’uso di decapitare i briganti fucilati per comodità di trasporto”. E qualcuno vorrebbe anhe “festeggiare” i 150 anni dell’Italia unita: non sarebbe meglio dare ai terremotati i fondi previsti dal Comitato di Galli Della Loggia e degli altri intellettuali ufficiali?».
* 5 Novanta anni da quando Gramsci, nel 1920, disse «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti».
* 6 Suggerisco i capitoli «Dispari opportunità» e «Educazione alla minorità» dal libro «Terroni», di Pino Aprile.
* 7 Sebbene basti notare l’utilizzo improprio di esercito e forze di polizia che viene fatto specialmente a Napoli, città da sempre “violentata” più delle altre per demolire il mito della capitale del Sud e renderla odiata anche al resto del meridione.
* 8 Cioè, siamo ancora vivi? Mah.
* 9 Non ultima, quella operata dallo stesso Cavour.
* 10 Si stima fino a un massimo di un milione di meridionali uccisi e/o deportati in lager come quello di Fenestrelle, dove ancora oggi si legge la terrificante frase: «Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce». Per non parlare delle donne violentate, gli eccidi di interi paesi, e delle teste di patrioti duosiculi tagliate e ancora oggi esposte al pubblico.
* 11 Diverse fonti, quail il libro «Controstoria dell’Unità d’Italia» di Gigi Di Fiore, o semplicemente questo articolo, giusto per iniziare.
domenica 3 ottobre 2010
Derattizziamo la Svizzera.
E' necessario ora più che mai disinfestare la Svizzera dai ratti e costringerli ad emigrare all'estero, meglio se nelle americhe piùttosto che in Germania. La Germania è qui a due passi e potrebbero sempre ritornare indietro quindi è meglio che vadano il più lontano possibile.
In Svizzera finalmente stanno reagendo contro l'invasione degli italiani del nord cioè coloro che diffamano il sud e fanno finta di non vedere la merda che scorre a fiumi nelle loro città; come a Milano dove circolano tonnellate di droga e tutti fanno finta di non sapere perchè è una merce che fa girare centinaia di milioni di euro nella città e tira sù il morale dei milanesi portando anche turismo.
Nel Ticino gli italiani del nord rubano il lavoro ai cittadini del posto tant'è che aumentano i disoccupati ticinesi ma aumentano i lavoratori frontalieri.
I frontalieri sono circa 45 mila cittadini della Lombardia e di altre zone del nord Italia che giornalmente varcano i confini per andare a lavorare in Svizzera. Tra gli svizzeri aumenta il malcontento per il lavoro che gli viene soffiato sotto il naso e per la criminalità che i frontalieri portano con sè e credono che la cosa migliore da fare è cacciarli; così i campioni mondiali dell'odio cioè i cittadini del nord Italia finalmente provano sulla propria pelle l'odio che loro riversano quotidianamente sul sud.
Non vorrei essere al posto di certe persone arroganti che disprezzano gli altri e sono a loro volta disprezzati e per di più paragonati ai topi. Non capisco perchè i ratti si indignano di fronte alla legittima campagna svizzera. Campioni come ci si sente ad essere discriminati?
I cittadini del nord e specialmente i loro giornalisti dovrebbero ricevere il riconscimento internazionale da parte dell'O.N.U. e di tutte le organizzazioni internazionali per la grande capacità di scrivere articoli malvagi che parlano del sud italia, l'ex Regno delle Due Sicilie, composti per il 50% di puro odio e per l'altro 50% di superbia; quasi giornalmente vengono scritti articoli che trattano del sud conditi di una tale violenza da esseri degni di Adolf Hitler. Quanta nostalgia...150 anni fa le regioni del nord Italia erano sotto la dominazione austriaca e i suoi cittadini erano schiavi, trattati come cani e porci dagli invasori, bei tempi...
Alcuni milioni di cittadini malvagi e superbi devono sapere che nella vita si raccoglie quello che si semina perciò loro raccoglieranno solo odio
...del resto chi di odio ferisce, di odio perisce.
In Svizzera finalmente stanno reagendo contro l'invasione degli italiani del nord cioè coloro che diffamano il sud e fanno finta di non vedere la merda che scorre a fiumi nelle loro città; come a Milano dove circolano tonnellate di droga e tutti fanno finta di non sapere perchè è una merce che fa girare centinaia di milioni di euro nella città e tira sù il morale dei milanesi portando anche turismo.
Nel Ticino gli italiani del nord rubano il lavoro ai cittadini del posto tant'è che aumentano i disoccupati ticinesi ma aumentano i lavoratori frontalieri.
I frontalieri sono circa 45 mila cittadini della Lombardia e di altre zone del nord Italia che giornalmente varcano i confini per andare a lavorare in Svizzera. Tra gli svizzeri aumenta il malcontento per il lavoro che gli viene soffiato sotto il naso e per la criminalità che i frontalieri portano con sè e credono che la cosa migliore da fare è cacciarli; così i campioni mondiali dell'odio cioè i cittadini del nord Italia finalmente provano sulla propria pelle l'odio che loro riversano quotidianamente sul sud.
Non vorrei essere al posto di certe persone arroganti che disprezzano gli altri e sono a loro volta disprezzati e per di più paragonati ai topi. Non capisco perchè i ratti si indignano di fronte alla legittima campagna svizzera. Campioni come ci si sente ad essere discriminati?
I cittadini del nord e specialmente i loro giornalisti dovrebbero ricevere il riconscimento internazionale da parte dell'O.N.U. e di tutte le organizzazioni internazionali per la grande capacità di scrivere articoli malvagi che parlano del sud italia, l'ex Regno delle Due Sicilie, composti per il 50% di puro odio e per l'altro 50% di superbia; quasi giornalmente vengono scritti articoli che trattano del sud conditi di una tale violenza da esseri degni di Adolf Hitler. Quanta nostalgia...150 anni fa le regioni del nord Italia erano sotto la dominazione austriaca e i suoi cittadini erano schiavi, trattati come cani e porci dagli invasori, bei tempi...
Alcuni milioni di cittadini malvagi e superbi devono sapere che nella vita si raccoglie quello che si semina perciò loro raccoglieranno solo odio
...del resto chi di odio ferisce, di odio perisce.
domenica 29 agosto 2010
Le armi di distruzione di massa
Tra le cosiddette favole metropolitane si racconta che per parlare con il diavolo bisogna chiamare il 666, io, invece, penso che per parlare con Lucifero, letteralmente portatore di luce, basta comporre soltanto il 6.
Sei infatti sono i canali televisivi che usano i propri spazi informativi per il lavaggio del cervello a tutti i cittadini e non semplicemente per informarli e renderli consapevoli; perché il comune mortale che per sbaglio accende la televisione o peggio ancora la guarda abitualmente deve essere sterilizzato, deve essere reso inoffensivo, deve essere nella condizione di non nuocere o dar fastidio al sistema marcio e prossimo al fallimento che governo questo paese, destinato a scomparire travolto dalle potenze emergenti e non solo.
L’esempio attuale è del 27 Agosto e viene dal presidente della Commissione Europea Barroso. Josè Manuel Barroso ha detto che la barca italiana anche se è piena di falle ha un sistema bancario più solido degli altri paesi in crisi, tipo la Grecia, ma ci sono molte difficoltà con il debito pubblico che è altissimo e sono necessari interventi prolungati e decisivi per non finire nel baratro. Le armi di distruzione di massa … oops volevo dire le tv italiane, quasi tutte, che ormai fanno parte di un sodalizio criminale ben consolidato stravolgono la notizia, questa così come tante altre a proprio piacimento, facendo credere agli ignari spettatori ciò che vogliono basandosi sulle crudeli direttive ricevute, in alcuni casi imposte, dagli opportunisti che stanno al governo.
I conti pubblici sono al collasso ma nessuno se ne preoccupa. Ogni P.I.I.G.S. o maiale europeo è invidioso della merda degli altri e il bel paese è tra i più invidiosi, possiede infatti il terzo debito pubblico più alto al mondo che grazie, si fa per dire, al mago merlino e a un altro personaggio affezionato del colore verde non fa altro che crescere a dismisura tanto a pagarne le conseguenze sono sempre i soliti cioè i più deboli. Stavolta c’è una novità perché a pagare saranno anche le generazioni future.
I mezzi di informazione del semi-regime hanno fatto credere che le parole del presidente della Commissione Europea siano state un complimento ma erano tutt’altro: un monito per evitare di finire come la Grecia che non ha ancora ammesso il proprio fallimento per non gettare nel panico la popolazione.
Si tratta di uno dei tanti casi di mala informazione, ed essendo la tv uno dei principali se non l’unico mezzo informativo da cui prende forma la cultura dei cittadini è evidente che questa notizia allarmante viene travisata per aumentare il consenso di chi occupa le poltrone dei palazzi governativi. Poltrone occupate illegalmente da persone imputate in vari processi, persone sotto inchiesta e persone che fanno politica per non finire in cella.
Queste armi tecnologiche provocano danni seri, reali e continui che danneggiano la società. Una società che è già debole e rischia di incassare il colpo di grazia e, alla fine, tutte le bugie messe assieme, che per loro natura prima o poi vengono a “galla”, potranno portare a reazioni popolari spiacevoli per i governanti ma utili al popolo stesso.
Sei infatti sono i canali televisivi che usano i propri spazi informativi per il lavaggio del cervello a tutti i cittadini e non semplicemente per informarli e renderli consapevoli; perché il comune mortale che per sbaglio accende la televisione o peggio ancora la guarda abitualmente deve essere sterilizzato, deve essere reso inoffensivo, deve essere nella condizione di non nuocere o dar fastidio al sistema marcio e prossimo al fallimento che governo questo paese, destinato a scomparire travolto dalle potenze emergenti e non solo.
L’esempio attuale è del 27 Agosto e viene dal presidente della Commissione Europea Barroso. Josè Manuel Barroso ha detto che la barca italiana anche se è piena di falle ha un sistema bancario più solido degli altri paesi in crisi, tipo la Grecia, ma ci sono molte difficoltà con il debito pubblico che è altissimo e sono necessari interventi prolungati e decisivi per non finire nel baratro. Le armi di distruzione di massa … oops volevo dire le tv italiane, quasi tutte, che ormai fanno parte di un sodalizio criminale ben consolidato stravolgono la notizia, questa così come tante altre a proprio piacimento, facendo credere agli ignari spettatori ciò che vogliono basandosi sulle crudeli direttive ricevute, in alcuni casi imposte, dagli opportunisti che stanno al governo.
I conti pubblici sono al collasso ma nessuno se ne preoccupa. Ogni P.I.I.G.S. o maiale europeo è invidioso della merda degli altri e il bel paese è tra i più invidiosi, possiede infatti il terzo debito pubblico più alto al mondo che grazie, si fa per dire, al mago merlino e a un altro personaggio affezionato del colore verde non fa altro che crescere a dismisura tanto a pagarne le conseguenze sono sempre i soliti cioè i più deboli. Stavolta c’è una novità perché a pagare saranno anche le generazioni future.
I mezzi di informazione del semi-regime hanno fatto credere che le parole del presidente della Commissione Europea siano state un complimento ma erano tutt’altro: un monito per evitare di finire come la Grecia che non ha ancora ammesso il proprio fallimento per non gettare nel panico la popolazione.
Si tratta di uno dei tanti casi di mala informazione, ed essendo la tv uno dei principali se non l’unico mezzo informativo da cui prende forma la cultura dei cittadini è evidente che questa notizia allarmante viene travisata per aumentare il consenso di chi occupa le poltrone dei palazzi governativi. Poltrone occupate illegalmente da persone imputate in vari processi, persone sotto inchiesta e persone che fanno politica per non finire in cella.
Queste armi tecnologiche provocano danni seri, reali e continui che danneggiano la società. Una società che è già debole e rischia di incassare il colpo di grazia e, alla fine, tutte le bugie messe assieme, che per loro natura prima o poi vengono a “galla”, potranno portare a reazioni popolari spiacevoli per i governanti ma utili al popolo stesso.
sabato 21 agosto 2010
Sardegna: l’isola dei cassa integrati si ribella
Nel 2010 la Sardegna, la seconda isola più grande del Mar Mediterraneo, è stata colpita da un terribile virus che gli scienziati hanno chiamato “Il Nano”: attraverso le armi di distruzione di massa costituite da un gruppo di reti televisive questo pericoloso e invisibile parassita si è insidiato nelle menti degli isolani e ne ha assunto il pieno controllo. Nel periodo estivo, in particolare nel mese di Agosto, questa piccola ma temibile entità biologica dal cervello insignificante ha praticamente raggiunto il picco della sua diffusione, usando come veicolo di trasmissione le pecore, che sono tre milioni su due milioni di abitanti, li ha contagiati tutti: una vera e propria pandemia.
Il nano, trasportato inconsapevolmente dagli animali, colpisce il sistema nervoso dei pastori perché sono i primi a venirne a contatto ma stranamente anche gli operai di alcune grandi aziende, facendo commettere ai poveri malcapitati movimenti articolari contro la propria volontà che producono conseguenze opposte a quelle tanto sospirate dal parassita, facendo in questo modo innervosire Il Nano, costringendolo a promettere interventi spettacolari, miliardi di dollari distribuiti a tutti i cittadini, ponti a campata unica lunghi 30 km e altre cazzate per prenderli per il culo facendogli credere che sarà lui stesso, colui che li ha già distrutti a riportare il benessere nella povera isola.
Le pecore, che sono più popolose degli stessi sardi, hanno portato il caos in diverse città: il prezzo del latte è sceso e quello della carne pure e, nello stesso tempo, pastori e animali si lasciano andare ad azioni eclatanti occupando inconsapevolmente superstrade e aeroporti coinvolgendo anche i turisti; poichè sono aumentati i costi e sono diminuiti i guadagni fino a scomparire del tutto, si teme che i greggi di pecore si stiano organizzando per chiedere il pieno controllo delle proprie vite cioè l’auto-mungitura, l’auto-tosatura e l’auto-macellazione.
I pastori, che ormai sono stati ridotti al collasso da questo piccolo e spregevole virus, stanno cedendo alle richieste di queste povere bestie ingannate dalla propaganda delle armi di distruzione di massa. Tutto ciò preannuncia la nascita di una nuova epoca, in cui tutti vivranno felici e contenti come nel mondo delle favole ma nel caso in cui questo progetto, che come tanti altri già finiti in malora, fallisca l’unico vaccino possibile sembra essere la ghigliottina resa famosa e usata dai francesi; nel 1793, infatti, furono giustiziati il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta e vi furono un totale di circa 2639 esecuzioni.
Una vera goduria ma in uno stato vicino e confinante destinato al fallimento di esecuzioni c’è ne vorrebbero molte di più per poter vivere dignitosamente.
Una divertente parodia sulla disastrosa situazione economica di questa meravigliosa isola e della totale arroganza e incapacità politica di chi ci governa.
Il nano, trasportato inconsapevolmente dagli animali, colpisce il sistema nervoso dei pastori perché sono i primi a venirne a contatto ma stranamente anche gli operai di alcune grandi aziende, facendo commettere ai poveri malcapitati movimenti articolari contro la propria volontà che producono conseguenze opposte a quelle tanto sospirate dal parassita, facendo in questo modo innervosire Il Nano, costringendolo a promettere interventi spettacolari, miliardi di dollari distribuiti a tutti i cittadini, ponti a campata unica lunghi 30 km e altre cazzate per prenderli per il culo facendogli credere che sarà lui stesso, colui che li ha già distrutti a riportare il benessere nella povera isola.
Le pecore, che sono più popolose degli stessi sardi, hanno portato il caos in diverse città: il prezzo del latte è sceso e quello della carne pure e, nello stesso tempo, pastori e animali si lasciano andare ad azioni eclatanti occupando inconsapevolmente superstrade e aeroporti coinvolgendo anche i turisti; poichè sono aumentati i costi e sono diminuiti i guadagni fino a scomparire del tutto, si teme che i greggi di pecore si stiano organizzando per chiedere il pieno controllo delle proprie vite cioè l’auto-mungitura, l’auto-tosatura e l’auto-macellazione.
I pastori, che ormai sono stati ridotti al collasso da questo piccolo e spregevole virus, stanno cedendo alle richieste di queste povere bestie ingannate dalla propaganda delle armi di distruzione di massa. Tutto ciò preannuncia la nascita di una nuova epoca, in cui tutti vivranno felici e contenti come nel mondo delle favole ma nel caso in cui questo progetto, che come tanti altri già finiti in malora, fallisca l’unico vaccino possibile sembra essere la ghigliottina resa famosa e usata dai francesi; nel 1793, infatti, furono giustiziati il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta e vi furono un totale di circa 2639 esecuzioni.
Una vera goduria ma in uno stato vicino e confinante destinato al fallimento di esecuzioni c’è ne vorrebbero molte di più per poter vivere dignitosamente.
Una divertente parodia sulla disastrosa situazione economica di questa meravigliosa isola e della totale arroganza e incapacità politica di chi ci governa.
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