mercoledì 23 marzo 2011



Lampedusa vuole l'indipendenza

Riporto solo una parte dell'articolo.

LAMPEDUSA - L’isola che non ne può più si raccoglie sul molo commerciale dove da una nave militare con un cannone a prua e un elicottero a poppa sbarcano 129 tunisini salvati in alto mare. Ma il tempo della compassione, della comprensione, della solidarietà per molti abitanti di questo scoglio più vicino all’Africa che alla Sicilia sembra essersi consumato. Ed esplodono invettive, parolacce addirittura minacce di pescatori, albergatori, semplici casalinghe, giovani e anziani, arrivati qui per la motonave bloccata dal mare cattivo a Porto Empedocle, rimasti senza merce per negozi e attività, ma immersi fra centinaia di immigrati che continuano a sbarcare e tanti altri sgattaiolati fuori dal Centro accoglienza dove, con gli ultimi 25 approdi, si sfiora quota 3.000 unità. Una cifra con alti rischi. Un limite esplosivo. Dentro e fuori la ex caserma costruita per ospitare 850 migranti. Come prova anche la reazione di tanti isolani pronti ad applaudire, lì sul molo, davanti alle telecamere di Tv francesi, tedesche, olandesi, il titolare di un residence non appena invoca a squarciagola «l’indipendenza di Lampedusa dall’Italia e dall’Europa»: «Vogliamo amministrarci da soli visto che tutti ci lasciano soli». E gli fa eco un collega, quasi azzannando zoom e microfoni, rovesciando la rabbia anche contro una cronista cinese che traballa su se stessa: «Qua scorrerà sangue fino all’Oceano Indiano...».

«MEGLIO ESSERE COME MALTA» - Difficile archiviare come semplici sfoghi queste sfuriate che non hanno di mira i nordafricani, ma le autorità, gli uomini politici, il governo e sempre più spesso i giornalisti, «colpevoli» di rappresentare una Lampedusa invasa dai clandestini, dando così un’immagine che scoraggia i turisti e moltiplica le disdette non solo per Pasqua ma anche per la già compromessa stagione estiva. Si moltiplicano voci che non possono non essere registrate: «Si arricchiscono tutti sulle spalle dei lampedusani... Noi siamo preoccupati da noi stessi perché quando esplode la rabbia di un popolo la reazione non è pacata, controllata, intelligente... Se soli ci lasciano, meglio l’indipendenza, come Malta. Ma dovete uscire fuori tutti dai c...». Volano parole grosse. E qualche spintone. Come è accaduto al cronista di una Tv privata di Agrigento che voleva riprendere una riunione di albergatori. «Mi cacciate via? Ma io passo i servizi a tanti reti Tv, ho investito 30 mila euro nei mezzi...». Se l’è vista brutta. «E tu investi sulle nostre disgrazie?».

Fonte: L'isola assediata che vuole l'indipendenza

venerdì 18 marzo 2011



150 anni di occupazione

In occasione dei 150 anni di occupazione del Regno delle Due Sicilie pubblico una serie di articoli tratti da facebook.

Fonte: L'italia è una creazione di Rothschild
150 ANNI DI DITTATURA ROTHSCHILD


Fonte: Per i banchieri dei re un'avventura di quattro secoli
PER I BANCHIERI DEI RE UN' AVVENTURA DI QUATTRO SECOLI

Roma IL LORO nome è il simbolo proverbiale della ricchezza, indissolubilmente attaccato alla storia della finanza europea del diciannovesimo secolo. La loro famiglia è una delle più amate e delle più odiate, sempre agli oneri delle cronache, mondane e non. Sono famosi per la loro ricchezza, per il potere esercitato per oltre un secolo sui governi di mezza Europa, per il loro snobismo coniugato con il mecenatismo e le opere di beneficenza. Sono i Rothschild, la dinastia di banchieri che ha segnato la storia economico-finanziaria del Vecchio Continente, da quasi due secoli alla ribalta, avversati o coccolati a seconda delle visissitudini politiche. All' origine del loro nome, c' è un nomignolo. "Rotschild" (lo scudo rosso), dall' insegna che sovrastava l' ingresso della casa di Francoforte abitata fin dal lontano 1563. Una famiglia delle tante che abitavano la Judengasse, il ghetto ebraico della città tedesca, e che sbarcavano il lunario con modeste attività commerciali. A metà del Settecento i Rothschild erano ancora rigattieri, ma negli anni precedenti la Rivoluzione francese cominciarono l' attività di cambiavaluta, primo passo verso la costruzione della loro immensa fortuna. Ad imprimere una svolta nella storia della famiglia è Mayer Amschel, nato nel 1744, padre di dieci figli, cinque maschi e cinque femmine. Nel ghetto i Rothschild sono soggetti a tutti i divieti legali che colpiscono gli ebrei, costretti nel campo del commercio al minuto, e il vecchio Mayer-Amschel, dotato di un talento finanziario "ante-litteram", cominciò ad arricchirsi grazie ai prestiti e al commercio di merci varie. Ma il suo colpo di genio lo ebbe spedendo i cinque figli maschi (Amschel Mayer, Salomon, Nathan, Carl e Jacob, detto James) nei centri più importanti del continente: Parigi, Londra, Vienna e Napoli. Una scelta decisiva: al momento dello scoppio delle guerre napoleoniche i Rothschild erano installati nei centri nevralgici e soprattutto facevano valere le loro relazioni privilegiate con nobili e sovrani, allacciate già da molto tempo dal vecchio Mayer Amschel. Fu così che iniziò l' accumulazione di un patrimonio tra i più grandi di quel tempo. Mentre Napoleone sui campi di battaglia passava alternativamente dagli altari alla polvere, i Rothschild tessevano la loro tela antinapoleonica nelle capitali d' Europa, anticipando sul terreno economico-finanziario la sconfitta di Waterloo. Grazie a questa strategia i Rothschild si ritrovano ad essere i banchieri della Santa Alleanza, frequentano re e imperatori e la loro origine ebraica non gli impedirà nemmeno di servire in più di un' occasione lo Stato pontificio (Karl, che lavorara a Napoli, venne ricevuto da Gregorio XVI). Con rapidità fulminea la famiglia divenne una delle più potenti e questo grazie ad una peuliarità che la distingueva dalle altre: i Rothschild non lavoravano in una sola città, avevano filiali dappertutto, le loro speculazioni e i loro affari si sviluppavano su scala europea. Se a ciò si aggiunge un' unità familiare mai incrinata e un accanimento senza pari nel combattere i rivali, si capisce come i Rothschild siano riusciti a diventare i "re" dell' alta banca dell' Ottocento. Il loro asso nella manica fu l' organizzazione dei corrieri, una rete per trasportare lettere e valori tra le cinque sedi dove operavano con una velocità eccezionale per quei tempi. In questo modo i Rothschild erano al corrente dei principali avvenimenti in anticipo sui concorrenti, speculando a piacimento. Ma la loro organizzazione era tale che riuscivano ad essere informati prima degli stessi regnanti. In una lettera alla sorella di Luigi Filippo, Talleyrand, allora ambasciatore a Londra, scrive il 15 ottobre 1830: "Il ministero britannico è sempre messo al corrente di tutto da Rothschild da dieci a dodici ore prima dei dispacci di Lord Stuart (l' ambasciatore a Parigi, n.d.r.). Le loro navi non imbarcano passeggeri e salpano con qualsiasi tempo". I Rothschild non si fanno scrupoli, combattono senza mezze misure chi minaccia di intaccare il loro potere e non si lasciano fermare nemmeno dalle guerre, anzi. Le loro capacità sono tali che riescono ad essere al contempo i banchieri di Cavour e di Metternich e la loro spregiudicatezza è pari alla loro abilità: "Come i bambini - scrisse Balzac - le dinastie ai loro inizi hanno i panni sporchi". Il vero capo della famiglia, dopo la morte di Mayer Amschel, divenne James, capostipite del ramo francese, il più potente e il più ramificato. La sua attività è frenetica: fonda la Banca di Francia, ma soprattutto non si lascia sfuggire la grande opportunità che gli offre la sconfitta di Napoleone e l' avvento della Restaurazione: gli ingenti prestiti che il governo francese è costretto a lanciare per poter pagare le indennità di guerra e il mantenimento degli eserciti di occupazione. James riuscirà a sopravvivere a tutti i regimi, da quello borbonico a quello orleanista, dalla effimera repubblica del ' 48 al Secondo Impero, e nel 1840 si lancerà con successo nell' avventura delle ferrovie, il "business" per eccellenza di quegli anni. E' il periodo in cui James affascina intellettuali e letterati. Heinrich Heine, in esilio a Parigi, scrive: "Il Denaro è il Dio della nostra epoca e Rothschild è il suo profeta". Per Heine James era un uomo "d' intelletto superiore" dal quale si sprigionava "qualcosa di così concreto, di così positivo, di così assoluto, da lasciar credere che nelle sue tasche colasse tutto il denaro del mondo". Ma James ispira più di uno scrittore: Balzac, Stendhal, Zola si rifaranno a lui per alcuni personaggi, Michelet e Feydeau ne lasceranno memorabili ritratti. Ad accrescere il fascino di James contribuiva certamente il suo mecenatismo, una caratteristica che ancor oggi contraddistingue la famiglia, e che si concretizzaava nel mantenere Mayerbeer, negli aiuti a Heine e Berlioz, nei prestiti a Balzac, nel collezionare opere d,arte. Accanto al mecenatismo il pacifismo. I Rothschild se l' erano sbrogliata bene con le guerre che affliggevano il Vecchio Continente, i loro affari non ne avevano risentito, anzi ne erano usciti rafforzati. Ma nelle cancellerie d' Europa tutti sapevano che la famiglia non finanziava guerre, a nessun costo: "Sebbene non sia in nostro potere evitare un conflitto - scrisse James nel 1860 - non avervi contribuito è uno sgravio per le nostre coscienze". Infine, James non dimenticò mai le sue origini e sostenne sempre le organizzazioni ebrache, rifiutò di naturalizzarsi e i suoi discendenti fecero altrettanto: le prime colonie agricole ebree in Palestina (tra il 1882 e il 1886) furono create grazie ai soldi dei Rothschild e uno di loro è ancor oggi alla guida della maggiore organizzazione ebraica francese. In pratica, James trasmise ai suoi discendenti, oltre al titolo di barone, tutte le caratteristiche che ancor oggi li contraddistinguono e che piano piano anche il ramo inglese andò assumendo: Lionel fu il primo ebreo inglese ad entrare alla Camera dei Comuni e suo figlio Mathaniel Mayer il primo Lord di origine israelita. La dinastia, però, non ritroverà più gli splendori e il potere dell' era di James. Con l' avvento del XX secolo i Rothschild cominciano a perdere parte della loro influenza. "Capitalisti per la sinistra, ebrei per la destra" - come loro stessi si autodefiniscono con un misto di ironia e di autocommiserazione - subiranno i colpi delle alterne vicende politiche francesi. Nel 1936 Lèon Blum porta al governo il Fronte popolare con l' obiettivo dichiarato di sconfiggere la grande borghesia d' Oltralpe, quella che Blum identificò - con un' espressione rimasta nel vocabolario della "gauche" fino a pochi anni orsono - nelle "duecento famiglie". Il fortunato slogan venne coniato da Blum per la particolarità dello statuto della Banca di Francia, allora privata, i cui azionisti erano i duecento principali banchieri e industriali del paese. Il reggente (per diritto ereditario!) era, manco a dirlo, un Rothschild. Il Fronte popolare rese pubblica la banca centrale e parallelamente nazionalizzò le ferrovie e quindi anche la "Compagnie du chemin de fer du Nord" che James aveva fondato quasi cento anni prima. Intanto in Germania il nome dei Rothschild veniva utilizzato dai nazisti per la loro campagna di sterminio degli ebrei. Poco dopo il regime di Vichy confiscò i beni della famiglia e privò i suoi membri della nazionalità: "Il nostro crimine - ha scritto il barone Guy nelle sue memorie - fu quello di rifuggiarci in America per sfuggire l' avanzata tedesca invece di presentarci volontari per i forni crematori". Nell' immediato dopoguerra sarà il generale De Gaulle a ridurre il potere della famiglia, nazionalizzando l' energia elettrica e le tre più grandi compagnie di assicurazioni, due settori in cui i Rothschild erano presenti. Infine, sarà Mitterrand a dare un altro durissimo colpo al mito: all' inizio del 1982 la Banca Rothschild, la "casa di famiglia" della rue Laffitte dove James si era insediato nel 1821, passa nelle mani dello Stato francese. A chi gli ricordava il corretto indennizzo versato agli azionisti il barone Guy rispose seccato: "I soldi non sono tutto. Non siamo mai stati in vendita". E' stato questo l' ultimo capitolo di una storia ancora lungi dall' essere conclusa e che ha contrassegnato, oltre alle cronache finanziarie, anche quelle mondane e "rosa". Proprietari di scuderie e di vigneti in cui si producono vini di primissima qualità, frequentatori del bel mondo, snob a tutti i costi i Rothschild hanno fatto la fortuna di alcuni luoghi di villeggiatura per il solo motivo di averli frequentati e di averli eletti a loro dimora per le ore di svago. Deauville, Biarritz, Saint Tropez devono ai Rothschild il loro successo, come Forte dei Marmi lo deve agli Agnelli. Non stupisce quindi che i cronisti di "rosa" si gettino sulle storie di casa Rothschild non appena se ne presenti l' occasione. L' esempio più clamoroso è quello delle seconde nozze di Edmond. Il barone s' innamorò perdutamente della cantante di un night-club, Nadine Lhpitalier, figlia di padre ignoto e di madre operaia, chiese e ottenne il divorzio dalla prima moglie e la sposò, portandola nella sua casa parigina provvista di piscina, palestra e sala cinematografica con cinquanta posti. Un modo, certo involontario, per dimostrare che i Rothschild possono far diventare realtà anche la fiaba di Cenerentola. - di GIAMPIERO MARTINOTTI


Fonte: Il Vaticano allo sportello della banca Rothschild
Il Vaticano allo sportello della banca Rothschild

Leggendo Le finanze pontificie e i Rothschild di Daniela Felisini sorge e si rafforza in modo sempre più chiaro il sospetto che tra la finanza pontificia dell'800 e la finanza italiana dei nostri anni i punti di contatto siano molti e significativi.
La causa del dissesto delle finanze vaticane nell'800 è, in ultima analisi, da ricercare nell'incapacità dello Stato pontificio di partecipare al profondo processo di modernizzazione che investì la società e l'economia italiana ed europea dopo il '48.
I violenti traumi subiti dallo Stato pontificio nel 1831 e nel 1848 furono occasioni mancate per un' approfondita riflessione sui mali economici che stavano conducendo il potere temporale dei papi verso l'inevitabile declino. Il governo pontificio rimase agganciato a un modello amministrativo inadeguato, respingendo le istanze delle classi medie, specie quelle delle regioni più progredite del Nord, insoddisfatte per l' opprimente sistema fiscale e doganale. La mancanza di un consenso profondo spinse i governanti pontifici a tessere una vasta rete clientelare, in particolare al Sud, rafforzando la tradizionale struttura assistenziale, con funzioni di ammortizzatore dei conflitti sociali.

Le erogazioni necessarie al mantenimento di un capillare apparato di controllo politico e di consenso sociale, e gli oneri finanziari del debito pubblico, sopravanzarono così in modo sempre più grave le spese per la costruzione di infrastrutture e gli incentivi necessari a dare impulso all'economia. Il sistema economico divenne così sempre più fragile e statico, l'assistenzialismo trovò nuove ragioni per diffondersi, indebolendo ulteriormente l'economia, e così via, in un circolo vizioso sempre più grave.
Lo squilibrio nei conti pubblici divenne sempre più profondo. Tale squilibrio venne finanziato da un crescente indebitamento verso l'interno, in una prima fase; successivamente, il suo aggravarsi rese necessario ricorrere a crescenti finanziamenti internazionali, che i Rothschild furono pronti a mettere a disposizione. In questo modo l'indebitamento diventò una gabbia sempre più stretta per la società e l'economia pontificia. Ciò a differenza degli altri Stati europei, che, nella fase della rivoluzione industriale, seppero ricorrere all'indebitamento come strumento per lo sviluppo, sostenendo la crescita degli investimenti nel settore industriale e ferroviario.

In questo modo lo Stato pontificio, stretto tra la propria incapacità di adeguarsi alla realtà in mutamento e di accogliere i fermenti che agitavano l'Italia e l'Europa, si trovò ad affrontare un drastico e progressivo peggioramento della propria situazione finanziaria.
Lo Stato pontificio non giunse all'insolvenza o alla necessità di adottare misure straordinarie; prima che ciò avvenisse, i bersaglieri a Porta Pia posero fine al potere temporale del Papa; che peraltro non comprese subito quanto grande fosse il dono fattogli dai piemontesi.
Valuti il lettore quali insegnamenti trarre da queste considerazioni. E in particolare valuti il lettore se sfogliare il volume di Daniela Felisini alla ricerca di spunti per meglio valutare le radici lontane, culturali prima ancora che economiche, dell'Italia di oggi, del suo assistenzialismo così poco europeo, della sua finanza pubblica dissestata.
Ma con una differenza: oggi non si può più contare sulla certezza del lieto fine. Oggi non esistono bersaglieri disposti a salvare l' Italia risolvendo i problemi che spetta alla sua classe di governo risolvere.
Daniela Felisini, «Le finanze pontificie e i Rothschild», Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1991, pag. 246


Fonte: La questione meridionale rimane irrisolta


Fonte: Un finanziamento della massoneria britannica dietro l'avventura dei Mille
Un finanziamento della massoneria britannica dietro l'avventura dei Mille

La conquista degli Stati che componevano la Penisola italiana e, in particolare, del ricco Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia non fu solo dettata dall'esigenza di rientrare dall'esposizione nei confronti di Banque Rothschild che aveva già investito parecchio nelle avventure belliche piemontesi. Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell'impresa.
A rivelare il particolare non trascurabile è stata la Massoneria di rito scozzese, dell'Obbedienza di Piazza del Gesù, che ha ricordato la data di nascita (4 luglio 1807) del nizzardo Garibaldi in una conferenza stampa ed un convegno alla presenza del Gran Maestro Luigi Pruneti e del Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, Pierre Lambicchi.
«Il finanziamento - ha detto il professor Aldo Mola, docente di storia contemporanea all'Università di Milano e storico della massoneria e del Risorgimento - proveniva da un fondo di presbiteriani scozzesi e gli fu erogato con l'impegno di non fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato pontificio».
Tutta la spedizione garibaldina, ha aggiunto il professor Mola, «fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l'obbiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno».
I fondi della massoneria inglese, secondo lo storico, servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare l'esercito borbonico, «che non era l'esercito di Pulcinella, ma un'armata ben organizzata».
Senza quei fucili, Garibaldi avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera, i rivoltosi che la monarchia napoletana giustiziò nella prima metà dell'Ottocento. «La sua appartenenza alla massoneria - ha sottolineato Mola - garantì a Garibaldi l'appoggio della stampa internazionale, soprattutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta».
Al «fratello Garibaldi» ha reso omaggio con un «evviva» il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia.


Fonte: Le lettere di Mazzini a Pike
Le lettere di Mazzini a Pike

Jean Lombard annota che questa corrispondenza si trova depositata negli archivi di Temple House, la sede del Rito Scozzese di Washington, ma off limits cioè di consultazione vietata; pur tuttavia la lettera di Albert Pike, scritta il 15 agosto 1871, venne una volta esposta alla British Museum Library di Londra. Là un ufficiale di marina canadese, il commodoro William Guy Carr (presente in veste di consulente per gli Stati Uniti alla Conferenza di San Francisco del 26 giugno 1945) poté prenderne conoscenza e pubblicarne un riassunto nel libro citato Pawns in the Game.
Il documento è curiosamente profetico e precorritore della sinistra triade "crisi-guerra-rivoluzione", che ha tormentato il XX° secolo. Ecco in che forma lo presenta il Carr:

"[ ... ] La prima Guerra Mondiale doveva essere combattuta per consentire agli "Illuminati" di abbattere il potere degli zar in Russia e trasformare questo paese nella fortezza del comunismo ateo. Le divergenze suscitate dagli agenti degli "Illuminati" fra Impero britannico e tedesco furono usate per fomentare questa guerra. Dopo che la guerra ebbe fine si doveva edificare il comunismo e utilizzarlo per distruggere altri governi e indebolire le religioni.

La Seconda Guerra Mondiale doveva essere fomentata approfittando della differenza fra fascisti e sionisti politici. La guerra doveva essere combattuta in modo da distruggere il nazismo e aumentare il potere del sionismo politico, onde consentire lo stabilimento in Palestina dello stato sovrano d'Israele. Durante la Seconda Guerra Mondiale si doveva costituire un'Intemazionale comunista altrettanto forte dell'intera Cristianità. A questo punto quest'ultima doveva essere contenuta e tenuta sotto controllo rin quando richiesto per il cataclisma sociale finale. Può una persona informata negare che Roosevelt e Churchill hanno realizzato questa politica?

La Terza Guerra Mondiale dovrà essere fomentata approfittando delle divergenze suscitate dagli agenti degli Illuminati fra sionismo politico e dirigenti del mondo islamico. La guerra dovrà essere orientata in modo che Islam (mondo arabo e quello musulmano) e sionismo politico (incluso lo Stato d'Israele) si distruggano a vicenda, mentre nello stesso tempo le nazioni rimanenti, una volta di più divise e contrapposte fra loro, saranno in tal frangente forzate a combattersi fra loro fino al completo esaurimento fisico, mentale, spirituale ed economico.

[ ... ] Il 15 agosto 1871 Pike disse a Mazzini che alla fine della Terza Guerra Mondiale coloro che aspirano al Governo Mondiale provocheranno il più grande cataclisma sociale mai visto. Si citano qui le parole scritte dallo stesso Pike nella lettera che si dice catalogata presso la biblioteca del British Museum di Londra:

"Noi scateneremo i nichilisti e gli atei e provocheremo un cataclisma sociale formidabile che mostrerà chiaramente, in tutto il suo orrore, alle nazioni, l'effetto dell'ateismo assoluto, origine della barbarie e della sovversione sanguinaria. Allora ovunque i cittadini, obbligati a difendersi contro una minoranza mondiale di rivoluzionari, questi distruttori della civiltà, e la moltitudine disingannata dal cristianesimo, i cui adoratori saranno da quel momento privi di orientamento alla ricerca di un ideale, senza più sapere ove dirigere l'adorazione, riceveranno la vera luce attraverso la manifestazione universale della pura dottrina di Lucifero rivelata finalmente alla vista del pubblico, manifestazione alla quale seguirà la distruzione della Cristianità e dell'ateismo conquistati e schiacciati allo stesso tempo!"

"Quando Mazzini mori nel 1872 - prosegue ancora il Carr - nominò suo successore un altro capo rivoluzionario, Adriano Lemmi. A Lemmi più tardi sarebbero succeduti Lenin e Trotzkij. Le attività rivoluzionarie di tutti costoro vennero finanziate da banchieri inglesi, francesi, tedeschi e americani. Il lettore deve avere presente che i banchieri internazionali dì oggi, al pari dei cambiavalute dei tempi di Cristo, sono solo strumenti e agenti degli Illuminati. Mentre al grande pubblico era lasciato credere che il Comunismo è un movimento di lavoratori per distruggere il Capitalismo, gli ufficiali dei Servizi di Informazione inglesi e americani erano in possesso di autentica evidenza documentaria comprovante che capitalisti internazionalisti operanti attraverso i loro istituti bancari avevano finanziato entrambe le parti in ogni guerra e rivoluzione combattute dal 1776"

Giuseppe Mazzini, frammassone fondatore della "Loggia Propaganda P1" (da non confondersi con la "Loggia Propaganda P2" fondata da Adriano Lemmi nel 1875) e della "Prima Internazionale Comunista" ("L'altra faccia di Carlo Marx", ed. Uomini Nuovi).

Tratto da “Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia”
Fonte www.disinformazione.it


Fonte: Savoia a bolletta salvato dai Rothschild
Savoia a bolletta salvato dai Rothschild

Giornali e televisioni ogni tanto ci dicono che il popolo italiano ha un mostruoso debito pubblico, ma nessuno ci dice verso chi siamo debitori. Apparentemente la cosa non è semplice da spiegare, in effetti la spiegazione è semplicissima: è soltanto una truffa, una grande truffa. Per farla capire dobbiamo tuttavia rifarci al 1861. L'anno dell'unità d'Italia.

Nel 1849 si costituiva in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata.
L'interessato Cavour che aveva infatti propri interessi in quella banca; impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato! A quei tempi l'emissione di carta moneta veniva fatta solo dal piemonte, al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d'oro e d'argento. La carta moneta del Piemonte aveva anch'essa una riserva d'oro (circa 20 milioni), ma il rapporto era che ogni tre lire di carta valevano una lira d'oro. Il fatto è che, per le continue guerre che i savoiardi facevano, quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia per l'emissione incontrollata che se ne fece.

Avvenuta la conquista di tutta la penisola, piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. Naturalmente la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d'Italia. Avvenuta l'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d'oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Quell'oro piano piano passò nelle casse piemontesi. Tuttavia, nonostante tutto quell'oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d'Italia risultò non avere parte di quell'oro nella sua riserva.

Evidentemente aveva preso altre vie, che erano quelle del finanziamento per la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l'occasione, che erano socie (!) della Banca d'Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.
Le ruberie operate e l'emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1 MAGGIO 1866, il corso forzoso, cioè la lira carta non poté più essere cambiata in oro.
Da qui incominciò a nascere il Debito Pubblico: lo Stato cioè per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata. Lo Stato, quindi, a causa del genio di Cavour e soci, ha ceduto da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta).

Oltretutto da quando nel 1935 fu decretato definitivamente che la lira non era più ancorata all'oro, si ebbe che il valore della carta moneta derivò da allora semplicemente e unicamente dalla convenzione di chi la usa e accetta come mezzo di pagamento. La carta moneta, dunque, è carta straccia e in realtà alla Banca d'Italia (che è privata), a cui si dovrebbe pagare il debito pubblico, non si deve dare nulla. Ed è necessario, infine, ricordare che ancora oggi le quote dell'attuale Banca d'Italia sono possedute da varie Casse di Risparmio, da Banche e da Assicurazioni, cioè enti privati su cui la Banca d'Italia dovrebbe vigilare.
Da tutto questo potete facilmente capire in mano a chi siamo e che, dato che la Banca d'Italia ha un immenso potere finanziario e politico.....

qualsiasi governo in Italia conta come il due di briscola. (*)

Antonio Pagano

(*) Questo spiega, perché quando ci sono i governi in crisi, il premier è quasi sempre un governatore della Banca d'Italia (Da Carli - (che a un certo momento va ad assumere la presidenza della Confindustria) fino a Ciampi). Cioè con i "santi" al vertice delle autorità monetarie e di governo.

sabato 5 febbraio 2011



La bancarotta dei Comuni

Fonte La bancarotta dei Comuni
Pubblico di seguito un articolo dal blog di beppegrillo, perchè una volta tanto qualcuno osserva le cose im modo oggettivo e mette in evidenza la realtà dei fatti e, non la solita retorica che il sud è sprecone e incapace a gestire le proprie risorse.

L'Italia è una Repubblica fondata sul debito. Una regola a strati che vale per lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune. Una piramide di debiti in nome e per conto del cittadino, ma a sua insaputa. Nessun amministratore pubblico dovrebbe spendere più di quanto incassa attraverso le entrate. Però così fan tutti, a partire dai Comuni.
Un sindaco non deve rispondere a nessuno delle voragini di bilancio, le fa e basta. Un Comune in rosso equivale a minori servizi sociali, scuole, trasporti, ecc che ricadono sul portafoglio dei cittadini. Un sindaco che spende e spande è come un pazzo in libertà che preleva dai nostri conti correnti cifre a piacere. Non è necessario introdurre nuove tasse per ridurre gli italiani in povertà, è sufficiente togliergli i servizi pubblici che poi dovranno pagare di tasca loro.

Se i Comuni sono in bancarotta, i cittadini sono in bancarotta. Nessuno fa mai questa associazione, ma è così.

Bisogna tagliare le unghie ai nostri dipendenti in Comune. Evitare che continuino le appropriazioni indebite a nostro carico.
Il sindaco, per evitare di portare i libri in tribunale, compra titoli derivati per incassare subito un presunto guadagno futuro. Dal 2008 questo trucco contabile ha aggiunto crateri alle voragini. Il sindaco in questo caso dà la colpa alle banche e aspetta il lento decorso della Giustizia che ovviamente riguarderà i suoi successori. A lui poco interessa. C'è poi il territorio da asfaltare, una fonte di reddito fino all'ultimo prato, con le concessioni edilizie e gli oneri di urbanizzazione. Molti sindaci sono dei novelli Tanzi, ma con meno esperienza.

Se un bancarottiere, bene che vada, finisce ai domiciliari, i sindaci si rifugiano in Parlamento come è avvenuto per Scapagnini, ex sindaco di Catania, e per Rutelli&Veltroni, ex sindaci di Roma. Sia per Catania, circa un miliardo di debiti, che per Roma, dagli 8 ai 10 miliardi, è intervenuto lo Stato con una sanatoria a carico delle nostre tasse.
I sindaci non devono spendere un euro in più di quanto incassano. In caso di situazioni di emergenza devono rivolgersi ai contribuenti per avere il permesso di attivare una spesa straordinaria, come farebbe un onesto amministratore di condominio.

La top ten dei Comuni capoluoghi di Provincia più indebitati d'Italia è bipartisan. Il colore del debito non cambia a seconda dei partiti. Il primo Comune con le pezze al culo è Torino con il fuoriclasse Chiampa, il secondo Carrara con Zubbani, dell'Ulivo che fu, il terzo è Milano con la Mortizia del cemento e del CO2, a seguire Teramo, Fermo, Genova (maledetti... i genovesi devono avere solo crediti, non debiti), Reggio Calabria, Biella, Benevento e Pistoia.

La maggior parte del debito è al Nord, per questo la Lega vuole introdurre nuove tasse comunali. I Comuni celti longobardi padani sono a rischio fallimento. Il Comune più virtuoso del Paese, sfatando i soliti luoghi comuni, è Caltanissetta.

domenica 23 gennaio 2011



Belgio, rischio secessione nelle Fiandre

Fonte: Belgio, i “leghisti” delle Fiandre puntano alla secessione
http://ilfattoquotidiano.it/


Dopo sei mesi di trattative, il partito separatista fiammingo N-VA e il partito socialista vallone PS non hanno trovato un accordo per formare il governo. Così il Paese è senza esecutivo da 223 giorni e rischia di dividersi in due Stati diversi. Intanto la crisi economica è sempre più grave e gli studenti scendono in piazza.

Quando il federalismo non basta. Il Belgio sta attraversando la crisi politica più lunga del vecchio continente e ora rischia la secessione: ben 223 giorni senza governo dalle elezioni dello scorso giugno. Battuto il precedente record europeo dell’Olanda (208 giorni nel 1977), adesso si guarda all’Iraq (289 giorni). In fondo alla classifica, l’outsider Costa d’Avorio con 55 giorni senza esecutivo.

All’origine di tutto, la divisione tra il partito separatista fiammingo N-VA e il partito socialista vallone PS, incapaci di trovare un accordo dopo sei mesi di trattative. Sul piatto della bilancia questioni linguistiche, fiscali e di riforma dello Stato federale tra fiamminghi e valloni, una querelle mai risolta che ha raggiunto il suo culmine in questi giorni. Tanto che lo spauracchio della separazione del Paese non è più un’utopia. D’altronde proprio la secessione era un punto del programma elettorale del partito fiammingo N-VA, vincitore morale delle ultime elezioni grazie alla valanga di voti raccolti nelle Fiandre.

Il Belgio è ufficialmente una monarchia costituzionale diventata stato federale nel 1993 a colpi di riforme volute dalla parte fiamminga, l’anima economicamente trainante del Paese dove vive la maggioranza della popolazione belga, si produce quasi il 60% del Pil e il tasso di disoccupazione è quasi un terzo di quello del sud. Sì perché anche se unito sulla cartina, il Belgio è fortemente diviso al suo interno: con ben tre comunità linguistiche (francofona, fiamminga e germanofona), il Paese è formato da tre regioni: le Fiandre a nord, la Vallonia a sud e la regione di Bruxelles-Capitale al centro. Proprio Bruxelles, e le sue ricchezze, sembrano rimasta l’unico collante di due comunità che farebbero volentieri a meno l’una dell’altra. Un paradosso, se si pensa che proprio il Belgio ospita la maggior parte delle sedi istituzionali di quell’Unione europea che cerca di unire sotto la stessa bandiera 27 Stati diversi.

Sta di fatto che il fiammingo socialista Johan Vande Lanotte, incaricato da re Albert II di facilitare l’accordo tra i due partiti di maggioranza, ha gettato la spugna dopo il rifiuto di compromesso dei due maggiori partiti fiamminghi, l’N-VA e i cristiano-democratici del CD&V. “Si può portare il cavallo al fiume, ma non si può obbligarlo a bere”, ha dichiarato sconsolato Vande Lanotte. Nel dubbio di chi sia il cavallo, a pagare le spese dell’impasse politica è l’intero Paese: il debito pubblico belga ammonta a 340 miliardi di euro, il 100% del Pil, e con il Fondo monetario internazionale che ha già mostrato la sua preoccupazione e l´agenzia di rating Standard & Poor´s che ha minacciato di declassare il Belgio, il rischio di fare la fine della Grecia e dell’Irlanda si concretizza.

Duro Elio Di Rupo, a capo del partito socialista vallone e di origini italiane: “Cominciamo a chiederci se l’obiettivo dell’N-VA sia portare di proposito il Paese dentro un vicolo cieco politico e a nuove elezioni creando un clima di accesa tensione tra le sue comunità”. Bart de Wever, il cosiddetto “leone delle Fiandre” e leader del partito separatista, si era detto “umiliato” dal rifiuto dei partiti francofoni alla sua proposta di compromesso, presentata lo scorso ottobre, che prevedeva una maggior autonomia regionale. Nonostante tutta la stampa belga (francofona e fiamminga) chiami i partiti alla responsabilità nazionale, Di Rupo resta pessimista: “De Wever cerca una scusa per distruggere lo stato federale e creare una Repubblica delle Fiandre”. Insomma, dopo il federalismo, la secessione.

Intanto il popolo belga si prepara a scendere in piazza. Gli studenti universitari di Bruxelles hanno organizzato una grande manifestazione per domenica chiamata “Shame” (vergogna) per chiedere a gran voce la formazione di un governo, non importa di che colore. Ma le divisioni non mancano nemmeno qui, con il collettivo “La Belgique de Fiston” (Il Belgio del figliolo), che spinge per la non partecipazione al grido di “No Governement, Great Country” (Niente Governo, Grande Paese). E meno male che il motto del Belgio è “L’Unione fa la forza”.

venerdì 21 gennaio 2011



Olkiluoto, dove è finito il sogno nucleare?

Fonte: http://www.repubblica.it/

Videoreportage - Viaggio nella centrale costruita dai francesi, uguale a quella che il nostro Paese vuole importare. E che, tra tempi di costruzione e costi raddoppiati, non promette nulla di buono. Dall'inviato Riccardo Staglianò 21-01-2011.
Guardate il video a questo indirizzo: Olkiluoto, dove è finito il sogno nucleare?

giovedì 16 dicembre 2010



All'Italia unita seguì l'unificazione del capitale liquido e del debito pubblico

Fonte All'Italia unita seguì l'unificazione del capitale liquido e del debito pubblico.

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Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle provincie del regno napoletano, con quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.

Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza d'Italia, pubblicava il seguente quadro:


Sicilia e provincie del napoletano monete in milioni 443,2

Lombardia monete in milioni 8,1

Ducato di Modena monete in milioni 0,4

Parma e Piacenza monete in milioni 1,2

Roma monete in milioni 35,3

Romagne, Marche, Umbria monete in milioni 55,3

Piemonte, Liguria, Sardegna monete in milioni 27,0

Toscana monete in milioni 85,2

Veneto monete in milioni 12,7


La SICILIA E LE PROVINCIE DEL NAPOLETANO avevano il doppio della ricchezza di tutti gli altri stati della Penisola messi insieme.

Poichè le monete ritirate, in gran parte d'oro e d'argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare le metrie prime e quant'altro occorresse a sviluppare l'industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.

Grati per il "vantaggioso cambio" i siciliani cantavano, in quel periodo,

"L'oru e l'argentu squagghiaru ppi l'aria, di carta la visteru la Sicilia".


Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d'Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27% della ricchezza nazionale, pagava il 32% delle imposte.

Lo stesso Nitti, nel suo libro "Nord e Sud", calcolava che lo Stato, nel '900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 line annue per ogni abitante della Sicilia.


Egli non poteva, ahimè, immaginare che, a distanza di 150 anni, nulla o quasi sarebbe cambiato della sua proporzione.


Nel 1861 la Sicilia, a fronte di una bilancia commerciale attiva quattro volte superiore a quella del Piemonte, concorreva al debito pubblico unificato con appena 6.800.000 lire, su un totale di 111.000.000 e contro i 62.000.000 del regno Sabaudo.


A tal proposito, nella Relazione presentata dal Consiglio Straordinario di Stato, convocato in Sicilia in sostituzione della mai creata Assemblea Costituente, il 19 ottobre 1860, e che aveva visto la partecipazione dei più eminenti uomini siciliani del tempo (Ugdulenda, F.Amari. F.Ferrata etc.), era stata richiesta, a fronte del ridottissimo debito pubblico isolano, una rendita adeguata in favore dell'Isola per la creazione di un sistema esteso di lavori pubblici.


Era stato richiesto, nel caso in cui fosse stata decisa l'alienazione e la liquidazione dei beni ecclesiastici, che " il ricavato di dette vendite fosse destinato a speciale beneficenza della Sicilia" . Ed era stata infine auspicata la creazione di speciali zone franche che, con l'imminente apertura del canale di Suez, avrebbero potuto trasformare l'Isola in un importante emporio di commercio con i paesi orientali.


La Relazione, considerata da tutti un documento di enorme valore sul piano economico e sociale, subiiva però la totale indifferenza del governo di Torino.



Continua...



(Tratto da "LA STORIA REQUISITA" di Giovanni e Emanuele Corrao)

domenica 5 dicembre 2010



Finlandia: tempi lunghi per il nucleare di terza generazione

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/03/finlandia-tempi-lunghi-per-il-nucleare-di-terza-generazione/80120/
       http://www.ilfattoquotidiano.it/


A Olkiluoto da cinque anni si costruisce un nuovo reattore nucleare, realizzato con la stessa tecnologia che l'Italia ha scelto per il ritorno all'atomo. I costi sono raddoppiati, tra intralci burocratici e problemi di sicurezza

I primi kilowatt avrebbero dovuto essere prodotti più di un anno fa. Bisognerà invece aspettare almeno l’estate del 2013 per utilizzare l’energia fornita dal primo reattore nucleare di terza generazione Epr (European Pressurized Reactor), in costruzione ormai da oltre cinque anni a Olkiluoto, Finlandia. Ad annunciare l’ennesimo rinvio nel cantiere gestito dal consorzio franco-tedesco Areva-Siemens, è stato lo stesso committente dell’impianto, il gruppo elettrico finlandese TVO, confermando che “la maggior parte dei lavori di costruzione sarà conclusa entro il 2012, il reattore entrerà in servizio entro aprile 2013, per raggiungere la piena operatività solo nella seconda metà dello stesso anno”.

Quattro anni di ritardo per un cantiere infinito, che, da simbolo del rilancio dell’industria nucleare nel mondo si è trasformato negli anni, fra imprevisti tecnici, aumenti di budget e polemiche, in un incubo per chi ha investito nel progetto. Dalla cattiva qualità del calcestruzzo utilizzato nelle fondamenta della centrale, che nel 2006 costò un anno di ritardo al cantiere, fino al richiamo da parte dell’autorità di sicurezza per i difetti di concezione degli apparati di controllo e sicurezza, mese dopo mese, Olkiluoto3 ha anche ingigantito i suoi costi, lievitati di quasi il 50%, con un importo totale per la costruzione stimato oggi a 5,9 miliardi di euro, contro i 3,2 inizialmente calcolati. Talmente un “affare” che nel 2009 Siemens annunciò addirittura di voler abbandonare il progetto. Sull’opera è ormai scontro aperto, con una procedura di arbitrato davanti alla Camera internazionale di commercio di Parigi e richieste miliardarie di risarcimento danni, fra il colosso del nucleare francese Areva che ha progettato l’impianto, e il committente finlandese TVO. “Per quanto ci riguarda, non ci sono ritardi rispetto all’ultima previsione di 86 mesi per la costruzione” ha dichiarato venerdì sera la portavoce del gruppo Areva, che attribuisce all’iter burocratico finlandese la responsabilità della lentezza del cantiere.

Ma non è solo in Finlandia che la costruzione del nuovo reattore incontra problemi. A Flamanville, cittadina della Normandia dove nascerà il primo Epr francese lo spettro di Olkiluoto minaccia il cantiere gestito da Edf: iniziata nel 2007, la costruzione del reattore conta oggi già due anni di ritardo, con una fattura che ha già raggiunto quota 5 miliardi contro i 3,3 inizialmente previsti. E anche in questa centrale, a cui Enel partecipa con il 12.5%, non sono mancati intoppi, dal circuito di raffreddamento alle fondamenta del reattore, passando per le componenti del pressurizzatore o le polemiche sulla sicurezza in caso di incidenti.

Se, con una potenza di 1.650 MW, un consumo di combustibile ridotto del 17% e un calo del 30% rispetto ai vecchi reattori delle emissioni chimiche e radioattive per kwh prodotto, la presunta eccellenza tecnologica dell’Epr è bastata a convincere il governo italiano a puntare su questo tipo di centrali per aprire la strada al ritorno dell’atomo in Italia, le cattive notizie in arrivo dalla Finlandia non sembrano destare alcuna preoccupazione fra i responsabili del settore. “Il nostro progetto – dichiara Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel – è totalmente diverso. Non ha quel tipo di struttura organizzativa. Inoltre assume le esperienze fatte, anche negative, per strutturarle in modo tale da evitare errori e per avere un filone di attività chiare e di responsabilità ben assegnate”.

Intanto è arrivata l’ultima scossa che fa traballare le ambizioni nucleari del governo, con la seconda e definitiva bocciatura, da parte delle Commissioni Attività produttive e Ambiente della Camera, alla nomina di Michele Corradino, capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente, a commissario dell’Agenzia nucleare. – “La mancata nomina del quinto membro non inficia il lavoro dell’Agenzia per la sicurezza nucleare né il programma di rilancio dell’atomo del Governo” ha commentato Stefano Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico.